Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere

2 agosto 1980 – I depistaggi non hanno fine

Posted: Settembre 16th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , | No Comments »

Il quartiere Santo Stefano di Bologna, ancora una volta, è teatro di una comparsata fascista. Questa volta si tratta della presentazione del libro “Le verità negate”, una graphic novel revisionista, edita da Ferrogallico,  casa editrice fondata da un ex di Forza Nuova, con cui l’autore Riccardo Pelliccetti, giornalista del Giornale, racconta un’altra “verità” sulla strage del 2 agosto 1980  “che va oltre la verità giudiziaria”, grazie a “documenti che dimostrano come quel 2 agosto a Bologna ci fossero terroristi di ogni genere”.
Tra i relatori Alessandro Pellegrini, uno dei due avvocati di Gilberto Cavallini, l’ex terrorista dei Nar condannato all’ergastolo  per concorso in strage.

La presentazione segue quella già avvenuta la settimana scorsa alla Camera promossa da deputati di Fratelli d’Italia. Siamo prossimi alla sintesi dell’iter procedurale della procura di Bologna sui mandanti della strage, il tassello che manca alla verità che attribuisce la responsabilità della destra eversiva nel disegno e nella realizzazione dell’attentato.

Non arrivano quindi a caso queste presentazioni, così come non è casuale che alcuni deputati di Fratelli d’Italia stiano cercando di dar vita a una nuova commissione Mitrokhin, che, ricordiamo, rispolverava la tesi della fantomatica matrice palestinese della strage di Bologna, segnatamente del rapporto tra il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina e il terrorista internazionale Carlos.
Si tratta del disperato tentativo di alzare l’ennesimo polverone, la solita cortina fumogena messa in atto per confondere le acque, per spostare l’attenzione, prassi ben nota sotto il termine “depistaggi”.

Niente di nuovo. Una riflessione, però, merita forse la scelta fatta di puntare su una graphic novel per raccontare una “nuova verità storica” sulla strage di Bologna: il romanzo a fumetti è una forma narrativa autoconlcusiva di facile lettura soprattutto da parte delle nuove generazioni, quelle che hanno meno anticorpi da mettere in campo contro le menzogne fasciste.

Che dire poi della solita sala pubblica concessa in uso dal quartiere Santo Stefano per iniziative di questo genere? La richiesta delle sale è un mero atto amministrativo: è sufficiente essere una qualsiasi associazione iscritta alle Libere Forme Associative del Comune di Bologna, dichiarare l’impegno al rispetto della Costituzione e, in particolare, della XII Disposizione transitoria e finale e relative norme di attuazione (Legge 645/52, cosiddetta Legge Scelba) , che punisce l’apologia di fascismo per ottenere l’uso delle sale pubbliche. Evidentemente non basta. Non ci basta.

 

 

 


Belluno, parco comunale Città di Bologna: ultima tappa del trekking antifascista “Sulle strade del Pontevecchio”

Posted: Agosto 25th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , , | Commenti disabilitati su Belluno, parco comunale Città di Bologna: ultima tappa del trekking antifascista “Sulle strade del Pontevecchio”

Ingresso del parco comunale Città di Bologna

Di passaggio a Belluno, abbiamo fatto… l’ultima tappa del trekking antifascista “Sulle strade del Pontevecchio” nel parco comunale Città di Bologna dove una lapide ricorda i partigiani bolognesi morti sulle montagne bellunesi durante la Resistenza. Molti furono i ragazzi del Pontevecchio che parteciparono alla spedizione in Veneto durante l’inverno ’43-’44, di essi sette non fecero più ritorno.

Rimandiamo al resoconto del trekking per la lettura di alcune testimonianze di partigiani che hanno operato nel bellunese.

Qui invece vogliamo ricordare, con le parole annotate nel diario di Giorgio Vicchi, la morte di Flavio Tampieri (Ramarro) davanti alla cui casa di via Magini abbiamo sostato:

“Verso le 8.30 del mattino, mentre da poco svegli, ancora giacevano a riposare, venivano improvvisamente attaccati da una pattuglia di circa 30 tedeschi, i quali, intravistili, dalle fenditure della baracca urlavano loro il chi va là, iniziando contemporaneamente il fuoco da pochi metri. Il partigiano Righi [Duilio Astri], malgrado fosse scalzo, si buttava decisamente fuori impugnando la sua pistola automatica, e consigliando il compagno di fare preciso. Ma mentre il primo raggiungeva incolume, pur tra le raffiche, il bosco dopo aver sparato anche un colpo contro i nemici, il compagno Ramarro, forse meno deciso, veniva colpito da raffiche di mitra e ucciso. Il compagno Righi […] passati i tedeschi risaliva ancora alla baracca, che trovava bruciata. Davanti alla baracca vi era il cadavere del compagno, che i tedeschi avevano tentato di bruciare” [Giorgio Vicchi, Diario partigiano, 31 marzo 1944 – 24 giugno 1944, dattiloscritto, Archivio Istituto Ferruccio Parri, Bologna]

 

 


Dieciventicinque, lo speciale radiofonico sul 2 agosto 1980

Posted: Luglio 29th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , | Commenti disabilitati su Dieciventicinque, lo speciale radiofonico sul 2 agosto 1980

In occasione del quarantesimo anniversario la redazione di Radio Città Fujiko e quella di Vanloon presentano “Diecieventicinque – 2 agosto 1980, 2 agosto 2020. La strage alla stazione di Bologna 40 anni dopo, uno speciale radiofonico che andrà in onda dal 27 al 31 luglio alle ore 9.00 e alle ore 17.00 sui 103.1 fm, per raccontare e ricostruire questi quarant’anni di storia.
Cinque puntate in cui parleranno i testimoni di quella giornata, come Miriam Ridolfi e Agide Melloni, storici e storiche come Cinzia Venturoli, Claudia Sbarbati e Davide Conti, le voci di quella tragedia come Paolo Bolognesi e Andrea Speranzoni e chi ha cercato di farne letteratura come Loriano Macchiavelli.
Ad ogni puntata poi Antonella Beccaria, giornalista, docente di Bottega Finzioni e autrice del libro “Dossier Bologna – 2 agosto 1980: i mandanti della strage“, curerà un ritratto dei personaggi coinvolti nella strage.

 


Dossier Bologna. I mandanti della strage – Intervista ad Antonella Beccaria

Posted: Luglio 28th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su Dossier Bologna. I mandanti della strage – Intervista ad Antonella Beccaria

Nel 2020 saranno trascorsi quarant’anni dal 2 agosto 1980. Quel giorno, alle 10.25, esplode alla stazione di Bologna un ordigno di quasi 25 chilogrammi occultato in una valigia. La deflagrazione avviene nella sala d’aspetto di seconda classe un sabato mattina mentre la stazione è affollata di turisti italiani e stranieri, lavoratori e persone comuni che semplicemente sono in attesa di un treno. È un massacro, il più grave compiuto nell’Europa del dopoguerra fino a quel momento, con 85 persone che perdono la vita e 215 che restano ferite. Il libro ricostruisce quel momento cruciale della storia recente e rappresenta un viaggio nel tempo tra il prima e il dopo, scandagliando gli anni della strategia della tensione attraversati da terrorismo neofascista, tentativi di golpe, gruppi paramilitari, contatti con la criminalità organizzata e depistaggi. Il tutto calato in un contesto di scontro tra i blocchi che trasforma la guerra fredda in una guerra sporca che è proseguita, arrivando ad assumere nuove forme nella stagione stragista degli anni Novanta.

Abbiamo intervistato Antonella Beccaria, giornalista e saggista, autrice di numerosi libri sulla strategia della tensione

 “Dossier Bologna. 2 agosto i mandanti della strage” è il tuo libro uscito proprio in questi giorni. Cosa c’è di nuovo rispetto ai mandanti della strage della stazione di Bologna?

Il libro ricostruisce il prima e il dopo sui mandanti della strage del 2 agosto. Sulla figura di Paolo Bellini, per esempio, si racconta tutta l’inchiesta precedente, quella finita con un suo proscioglimento nel 1992. In tanti  negano che Bellini sia un estremista di destra, lo ha fatto lo stesso Bellini a lungo e poi ha smesso.  Invece Bellini ha un passato in Avanguardia Nazionale, la formazione di Delle Chiaie, che probabilmente, come lui sostiene, non lo conosce direttamente. Ma quegli ambienti, soprattutto quelli che ruotavano attorno a Massa Carrara, sono molto importanti per la formazione e la militanza  politica di Bellini, quelli di Massa Carrara e poi quelli di Parma. Parma è stato un centro aggregatore, soprattutto attraverso il suo ateneo, di elementi neofascisti italiani. Ripercorrendo  le immatricolazioni possiamo trovare elementi che arrivano dall’esperienza ordinovista, personaggi che ritroveremo nella strage di piazza della Loggia o in vicende come l’omicidio di Mariano Lupo, un militante di sinistra assassinato a Parma il 25 agosto 1972. Parma è un punto nevralgico.

Nel racconto che Bellini fa del 2 agosto 1980, in cui si costruisce un alibi, parte proprio dalla provincia di Parma, da Fidenza, dice di essere stato con il fratello Guido – che morirà di cancro nell’aprile 1982 continuando però a seguire quasi fino alla fine dei suoi giorni le vicende del fratello -, sostiene di essere arrivato a Rimini intorno alle nove del mattino e, insieme alla moglie, ai figli piccoli e alla nipote, figlia di Guido, di essere andato in vacanza al Tonale.
Di fatto esistono delle registrazioni  di Bellini, che a quel tempo usava il nome falso Roberto Da Silva, e della moglie, ma sono le ultime della giornata per cui sicuramente  non arrivano prima delle 19 al passo del Tonale.
La figura di Bellini ci apre poi uno squarcio molto interessante su un mondo particolare che era quello degli antiquari e più nello specifico degli antiquari italiani che vivevano a Londra. Ci sono personaggi a cui viene affittata casa, che ricevono aiuti o che sono in rapporti commerciali con soggetti come Hopkins, il primo datore di lavoro di Roberto Fiore, oggi leader di Forza Nuova, ai tempi uno dei leader di Terza Posizione fuoriuscito dall’Italia dopo la strage e dopo i mandati di cattura che vengono spiccati a fine dell’agosto 1980.

Nell’ambiente di questi antiquari londinesi c’è un personaggio che si chiama Marco Ceruti, un altro italiano, fiorentino, che dichiara di avere un ristorante molto noto, ma quando verranno fatte le verifiche in commissione P2 non risulteranno documenti che ne attestino la titolarità. Marco Ceruti incontrava l’allora vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura di cui sosteneva di essere amico, ma soprattutto è l’intestatario di un paio di conti correnti a cui affluiscono i soldi tracciati nel “conto Bologna”, così chiamato perché sono i foglietti  trovati tra la valigetta e le tasche degli indumenti di Licio Gelli quando viene arrestato nel settembre 1982 a Ginevra mentre sta per entrare nella filiale locale della banca UBS. Tra quelli che ha fisicamente addosso c’è il cosiddetto “documento Bologna”, che ha un’intestazione su cui c’è scritto proprio “Bologna” seguito da un numero di conto corrente. Il “documento Bologna” è sostanzialmente una contabile in parte manoscritta che dà una serie di riferimenti a movimentazioni bancarie che conducono come destinazione finale a beneficiari che nel 1980 erano sicuramente misteriosi. Abbiamo per esempio Dif Milano, Zaf Zafferano (Federico Umberto D’Amato), Artic. Tedeschi. Questo documento, che negli anni 80  non verrà mai trasmesso alla Procura della Repubblica di Bologna, verrà acquisito agli atti per il crac del Banco Ambrosiano. In base all’interpolazione con una serie di documenti trovati a Castiglion Fibocchi nella famosa perquisizione del 17 marzo 1981  presso  la sede dell’azienda di Licio Gelli, La Giole , dove vengono trovate le liste degli iscritti alla P2, ricostruiamo tutta una serie di movimenti bancari per una decina di milioni di dollari in parte affluiti sui conti di Marco Ceruti, definito un factotum di Licio Gelli. Nell’ipotesi attuale della Procura generale di Bologna quelli sarebbero i soldi della strage, con cui la si prepara e poi svengono saldate le competenze di chi ha agito materialmente. Sono movimenti bancari che raccontano una storia che parte nel febbraio del 1979 e arriva agli inizi di marzo 1981, un po’ prima rispetto alla perquisizione che porta alla scoperta della P2. Questo di per sé è già interessante: c’è un filo conduttore.

Il libro in qualche modo, quasi capitolo dopo capitolo, passa il testimone, con un personaggio che lo porta a un altro, che lo porta a un altro, che lo porta a un altro… Ne viene fuori una grande rete, che dovrà essere integrata in base alle indagini della Procura generale e agli eventuali processi che si dovessero celebrare. Si tratta di una rete che comprende una manovalanza neofascista di rango più o meno elevato e uomini dei servizi segreti. Tanto si è parlato del SISMI, che ha depistato – e ci sono delle condanne passate in giudicato per i depistaggi e in particolare per l’operazione “Terrore sui treni” – ma anche il SISDE ha un ruolo molto pesante che farà ipotizzare che un delitto eccellente nel mondo del neofascismo italiano di quegli anni, l’omicidio di Francesco Mangiameli avvenuto il 9 settembre 1980, sia stato, non dico deciso e voluto, ma in qualche modo favorito da determinate pratiche e attività messe in atto materialmente da un ufficiale condannato allora in primo grado a cinque anni e poi assolto in via definitiva per le attività cospirative della Rosa dei Venti, uno degli eventi golpisti che hanno caratterizzato questo paese.

Le cose che dici mi fanno venire in mente prima di tutto una considerazione e poi un’altra domanda. La considerazione è quanto è centrale Londra nella storia del neofascismo italiano dagli anni 70 fino a oggi,  come ci ha raccontato Andrea Palladino nella intervista che ci ha rilasciato a proposito del Virus Nero. Londra è un po’ un trait d’union dove i neofascisti si sono trovati sempre abbastanza bene, abbastanza a casa…

Sì, sicuramente è un vivaio molto importante, per quello che ho potuto appurare io ci sono queste connivenze strane. Nel libro ho intervistato Carlo Calvi, il figlio di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, è certo – e nel libro sono riportati i termini  molto chiari – che determinati personaggi legati alla strage di Bologna siano passati da Londra e appunto dagli ambienti che facevano riferimento agli antiquari di cui parlavo prima. Nel libro racconto di un omicidio che avviene nel settembre 1982, due anni abbondanti dopo la strage e circa a tre mesi dalla morte di Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri la mattina del 18 giugno 1982, un delitto a lungo fatto passare come un suicidio, di fatto oggi possiamo dire che si è trattato di un suicidio simulato, Calvi è stato prima strangolato e poi appeso a quel ponte. Ecco, tre mesi circa dopo quel delitto nell’ambiente degli antiquari londinesi avviene un omicidio assolutamente efferato nelle modalità, con un dispiego di violenza che lascia allibiti anche in confronto ai delitti consumati nel mondo della criminalità organizzata.
Viene assassinato questo antiquario italiano, Sergio Vaccari, e Carlo Calvi nel corso dell’intervista che mi ha rilasciato, ma che aveva anche già detto in altre sedi e in un memoriale inviato alla Procura generale di Bologna, dice che Vaccari nelle ultime settimane di vita era spaventato perché aveva saputo che nel loro ambiente circolavano persone coinvolte con la strage di Bologna. Noi non sappiamo i nomi di queste persone, ma è molto probabile che il mondo del neofascismo londinese che accoglieva i latitanti italiani sia stato attraversato da persone coinvolte nel massacro del 1980.

… che accoglieva e che accoglie tuttora perché Roberto Fiore si ritrova a Londra e dice chiedete a Dio come ho fatto ad arrivare fino qua e a essere intoccato.
L’altra domanda che ti volevo fare invece è sui documenti che riguardano Licio Gelli, usciti recentemente su L’Espresso online il 23 luglio. Cosa ci puoi dire di quei documenti, che idea ti sei fatta, cosa ci dicono?

I documenti pubblicati online sono il “documento Bologna” di cui abbiamo parlato prima. C’è anche un documento ritrovato a Castiglion Fibocchi, interessante perché Gelli lascia un appunto a una sua collaboratrice di dare un acconto a un personaggio che si sarebbe presentato. Gelli parla di piccolo acconto, la cifra complessiva sono cinque milioni di dollari, in questo acconto scrive mille. In realtà l’ipotesi più probabile, per quanto lo chiami piccolo acconto, è che si tratti di un milione di dollari. Dà anche una descrizione piuttosto suggestiva di chi è questa persona che lui definisce un “cap.“, in ipotesi un capitano, quindi una persona appartenente al mondo militare, ma non ne abbiamo certezza. Lo definisce piccolo, biondo, con origini e accento meridionale, con il naso grosso e con una cicatrice vistosa che gli deturpa la faccia. Per un attimo è sembrato che potesse richiamare un personaggio che agli annali delle cronache giornalistiche e giudiziarie in Italia è stato chiamato “Faccia da mostro”, Giovanni Aiello, ex poliziotto poi probabilmente reclutato nei servizi segreti il cui nome – per quanto in vita non sia mai stato condannato – è legato alle stragi del 92 e del 93, al delitto di Nino Agostino, il poliziotto ucciso il 5 agosto 1989 insieme alla moglie Ida Castelluccio e all’omicidio di Claudio Domino, un bambino siciliano. Di fatto la descrizione che Gelli dà alla sua referente svizzera riporta una cicatrice sulla parte del volto sbagliata rispetto a dove Aiello era deturpato. Andando ad analizzare è improbabile che “Faccia da mostro” sia anche colui che va a riscuotere il denaro in Svizzera, rimane la particolarità molto importante. La referente svizzera interrogata per rogatoria dai magistrati della Procura generale di Bologna non ha riconosciuto Aiello tra le fotografie che le vengono mostrate.

Dopo tutto quello di cui ti sei occupata nell’ambito della strategia della tensione, che idea ti sei fatta di questo 2 agosto “strano”, sarà la prima volta in quarant’anni in cui non ci sarà il corteo.

E’ molto triste, come lo è stato per l’anniversario di Brescia il 28 maggio, erano 46 anni. Sta di fatto che la cosa positiva è che l’attivismo su Brescia di Manlio Milani e su Bologna di Paolo Bolognesi tiene molto viva la memoria e la partecipazione delle istituzioni, penso in primis alla Regione Emilia-Romagna, e ha consentito di creare online, sia attraverso siti dedicati che sui social, una presenza pluriquotidiana per cui chi è sensibile a certi argomenti si trova tutti i giorni, più volte al giorno, post che ricordano la strage di Bologna. E’ un  momento strano anche perché è un momento pieno di attesa questo, paradossale dopo quarant’anni, perché l’autunno, se non dovessero esserci nuovi lockdown e il blocco delle attività giudiziarie non strettamente urgenti,  potrebbe portare a discutere e a celebrare l’udienza preliminare a carico di Bellini e degli altri tre per i quali la Procura generale ha richiesto il rinvio a giudizio. Nel caso il GUP di Bologna rilevi la possibilità che queste persone vengano processate il 2021 si potrà aprire con il nuovo processo. Da un lato abbiamo la tristezza, anche se forse è il termine sbagliato, lo sbigottimento verso le modalità di celebrazione dell’anniversario della strage, dall’altro abbiamo una forte speranza che si possano in sede giudiziaria ottenere delle nuove verità che si aggiungono a tutto quello che sappiamo, perché tutto quello che sta accadendo in questo periodo non è in contrasto con le condanne definitive a carico dei NAR, la condanna in primo grado al quarto uomo dei NAR e le condanne di Gelli, Pazienza e dei due dei servizi, Belmonte e Musumeci, già condannati per i depistaggi.

Un’ultima domanda: cosa è uscito dal processo a carico di Gilberto Cavallini che si è chiuso all’inizio di quest’anno?

Per il processo Cavallini attendevamo le motivazioni entro il 9 luglio, poi c’è stata una proroga determinata dall’emergenza sanitaria, per cui arriveranno a inizio settembre e lì si potrà veramente fare un punto sulle responsabilità attribuite a Cavallini. Non è un giudizio definitivo, è un giudizio di primo grado, ma già si potranno trarre delle conclusioni. Secondo me al di là degli elementi che hanno pesato sul condannare all’ergastolo Cavallini c’è un dato importante: il ruolo irrinunciabile di Ordine Nuovo. Non siamo di fronte a una strage commessa dal cosiddetto spontaneismo armato, cioè persone di dieci quindici anni più giovani rispetto alla precedente generazione stragista, mi riferisco a quelli di piazza Fontana e di piazza della Loggia, ma è emerso un elemento importante. Il presidente della Corte d’Assise Michele Leoni ha disposto una nuova perizia esplosivistica che ha dato un elemento in più. Quell’esplosivo era di derivazione militare americana, comunque utilizzato dagli Alleati durante il secondo conflitto bellico e veniva ripescato nei laghi del Nord Italia. Questa è una pratica di Ordine Nuovo. Se andiamo a guardare le carte di piazza Fontana numerosi sono gli episodi di ripescaggio di esplosivo non solo dai laghi, ma anche dall’alto Adriatico, per cui la strage di Bologna non è una strage NAR.  I NAR sono stati la manovalanza,  ma dietro c’era un’organizzazione come quella di Ordine Nuovo che per quanto disciolto a fine del 1973 continuava ad operare sotto altre sigle e sotto altri ombrelli e che torna prepotentemente anche come ombra sulla strage di Bologna.


1974 – L’anno delle bombe

Posted: Luglio 27th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , , , , | Commenti disabilitati su 1974 – L’anno delle bombe

Il 1974 è l’anno in cui il Freccianera 50-40, partito il 12 dicembre 1969 da Milano – piazza Fontana – per arrivare alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980,  è corso in lungo e in largo per il paese seminando terrore e morte.

Prima tappa in Abruzzo, a Silvi Marina in provincia di Pescara: otto chilogrammi di gelignite collocati sui binari della linea Adriatica, erano le 2.35 del 29 gennaio, pochi minuti prima del passaggio del treno Milano-Bari. Un ordigno potentissimo che avrebbe provocato una strage se non fosse che gli attentatori non avevano previsto il sopraggiungere, sul binario di fianco, di un treno merci proveniente da Sud che troncò le micce stese sul binario isolando e rendendo innocui i detonatori. Un giovane neofascista di Ascoli rivelerà in seguito che l’attentato era stato pensato e messo in atto da una cellula ascolana legata a Ordine Nuovo e ai milanesi di Ordine Nero.

Tre mesi dopo, alle 8.44 del 21 aprile, a Vaiano, una località lungo la linea ferroviaria Bologna-Firenze esplose una bomba provocando un cratere profondo ottanta centimetri e distruggendo un pezzo di rotaia: tre minuti dopo sarebbe passato il treno Palatino proveniente da Parigi e sarebbe stata una strage. Anche qui però gli attentatori non avevano previsto tutto, ignorando il fatto che era in funzione un sistema d’allarme che faceva scattare il blocco automatico di tutta la circolazione nel caso di interruzione del binario. Il Palatino si fermò in tempo. In seguito il neofascista Andrea Brogi che aveva partecipato all’esecuzione dell’attentato ammise che a pensarlo fu la cellula aretina di Ordine Nuovo, foraggiata  coi finanziamenti del “venerabile” Licio Gelli, che non venne mai condannato perché la Svizzera, dove era fuggito dopo lo scandalo della P2, non ne concesse l’estradizione.

Venne poi il 28 maggio. Abbiamo già ricordato l’arrivo puntuale del Freccianera piazza della Loggia a Brescia durante la manifestazione sindacale antifascista.

Dopo le due stragi mancate per fortunate coincidenze o imperizia degli attentatori, il 4 agosto fu ancora la linea ferroviaria a essere teatro di un attentato di matrice ordinovista:  una bomba collocata sulla carrozza n. 5 del treno espresso Italicus Roma-Monaco in viaggio nella notte da Firenze verso Bologna esplose a cinquanta metri dalla fine della lunga galleria di San Benedetto Val di Sambro provocando la morte di dodici persone e il ferimento di altre quarantaquattro. La carrozza prese fuoco, ma il treno riuscì per forza d’inerzia ad arrivare alla stazione di San Benedetto Val di Sambro. Non fu possibile stabilire se il timer dell’ordigno fosse stato regolato perché l’esplosione avvenisse in galleria o alla stazione di Bologna dove il treno sarebbe arrivato pochi minuti dopo. Il gruppo neofascista Ordine Nero, filiazione diretta del gruppo milanese La Fenice controllato da Ordine Nuovo, rivendicò l’attentato.

Le indagini, come sempre è accaduto, furono viziate fin dall’inizio da depistaggi e dall’apposizione del segreto di stato. L’inchiesta si concentrò sulla destra extraparlamentare aretina e il 31 luglio 1980, due giorni prima della strage di Bologna, vennero rinviati a giudizio Mario Tuti, Luciano Franci e Pietro Malentacchi quali esecutori materiali dell’attentato sulla base delle dichiarazioni rese da un teste. Il primo processo si concluse nel 1983 con l’assoluzione dei tre imputati per insufficienza di prove. Quattro anni dopo la sentenza d’appello rigettò le assoluzioni e condannò all’ergastolo Mario Tuti e Luciano Franci. Ma nel 1989, la prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, il famoso giudice Ammazzasentenze, annullò la condanne.

E il secondo giudizio di appello nel 1992 assolse tutti.  I colpevoli della strage dell’Italicus non hanno ancora un nome, né tra i mandanti, né tra gli esecutori. Rimangono solo le parole della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, riprese dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi: “(…) la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale”.

Tra le dodici vittime della strage dell’Italicus ci fu il ferroviere Silver Sirotti, controllore in servizio sul treno che, non trovandosi sulla carrozza esplosa, rimase illeso,  ma anziché mettersi in salvo sfidò l’inferno di fuoco per cercare di salvare qualcuno dei passeggeri rimasti intrappolati a bordo, trovando a sua volta la morte avvolto dalle fiamme.

Silver Sirotti

Qui (al minuto 55) potete ascoltare la testimonianza del fratello Franco, nel suo intervento durante il reading promosso il 2 agosto 2017.


Un attimo quarant’anni

Posted: Luglio 23rd, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , , | Commenti disabilitati su Un attimo quarant’anni

Un attimo quarant’anni. Vite e storie della strage alla stazione di Bologna
di Daniele Biacchessi (Jaca Book, 2020)

Una stazione d’agosto. Il caldo non dà tregua, la confusione sotto le pensiline, gente in fila per un biglietto, qualcuno perde il treno, altri aspettano figli, nipoti, nonni, madri, parenti lontani. Arrivi e partenze, sogni e speranze, voglia di mare e riposo. Nulla è diverso intorno alle 10,25 del 2 agosto 1980, a Bologna. Nella sala d’aspetto di seconda classe c’è chi legge quotidiani, chi fuma una sigaretta. Storie di gente comune, di vita quotidiana. Volti, occhi, mani, sguardi, discorsi. Accade quarant’anni fa alla stazione di Bologna, prima che qualcosa la trasformi in una grande catasta di macerie di dolore, di orrore, di morte. 85 morti, oltre 200 feriti. Questo libro parla di vittime e si rivolge al grande pubblico, specie ai più giovani. Quello che leggerete è il percorso individuale e collettivo di uomini e donne. Il loro privato dolente e la rabbia si sono tradotti in impegno civile: un modello di partecipazione democratica che difende persone colpite negli affetti, altrimenti lasciate sole al loro destino. Chiedono solo la verità, vogliono che ai loro morti venga resa giustizia.

Abbiamo chiesto a Daniele Biacchessi, autore di altri due libri sulla strage alla stazione di Bologna, cosa lo ha spinto a scrivere ancora sulla bomba del 2 agosto.

“Con 10,25 cronaca di una strage (Gamberetti, 2000) ho messo su carta gli appunti dei servizi radiofonici che iniziai ad inviare dalla tarda mattina del 2 agosto 1980. Un libro fondamentale per la mia lunga storia letteraria perché  introducevo alle basi di cronaca tratti sempre più marcati di narrazione. Erano le storie che attraversavano la grande Storia.

Nel 2001 Pendragon pubblica  Un attimo vent’anni , la prima storia dell’associazione 2 agosto fondata da Torquato Secci e mandata avanti da Paolo Bolognesi. Un lavoro enorme, basato sulle migliaia di carte spesso inedite, messe a disposizione dall’associazione. Diciamo un racconto dall’interno del dolore diventato rabbia, consapevolezza, impegno civile, ricerca della verità e giustizia.
Mancavano vent’anni ed ecco arrivati al terzo libro.

Una cavalcata di discorsi pubblici nelle piazze, di ricordi tristi, di gravissimi depistaggi da parte di funzionari infedeli dello Stato, trame di faccendieri e di criminali.

E la storia dell’associazione 2 agosto giunta fino a noi.

Oggi verità e giustizia non sono lontane. Il quadro è chiarissimo per chi lo vuole vedere. La loggia massonica P2 non era stata scoperta nell’agosto 1980 ed era potente: vertici di Gdf, polizia, carabinieri, servizi di sicurezza, politici, imprenditori.

La bomba viene piazzata a Bologna per mettere paura, spegnere le luci delle case, portare indietro l’orologio della Storia.

L’esito giudiziario e le verità emerse offrono uno spaccato di cosa è  stata l’Italia colpita dalla strategia della tensione da Piazza Fontana alla stazione di Bologna. Una guerra di vasta intensità combattuta con i civili presi in ostaggio da criminali. Ma non ci sono riusciti. Ci hanno sconfitto, ma ora sappiamo chi sono.”


50-40 Freccianera. Da piazza Fontana alla stazione di Bologna: la stagione delle stragi di stato

Posted: Giugno 29th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , , , | Commenti disabilitati su 50-40 Freccianera. Da piazza Fontana alla stazione di Bologna: la stagione delle stragi di stato

Riportiamo un nostro articolo pubblicato sul numero di giugno della rivista Malamente (https://malamente.info/)

Il 12 dicembre 1969, 50 anni orsono, la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana apriva una stagione di attentati di mano fascista, che culminava il 2 agosto 1980 con la strage della Stazione di Bologna di cui ricorre quest’anno il quarantennale. Un disegno stragista che ha attraversato l’intero paese fermando le lotte di studenti e operai, progettato per seminare disordine e terrore ed evocare sbocchi di tipo autoritario il cui principale attore fu lo Stato: mandante delle stragi, autore dei depistaggi, responsabile degli insabbiamenti della verità.

A Bologna abbiamo cercato di costruire un percorso  per ripercorrere, attraverso iniziative di approfondimento,  la narrazione di quel decennio per sottrarlo alla vuota retorica, alle falsificazioni, all’oblio, nella consapevolezza che le trame neofasciste e neonaziste non mancano ancora oggi di trovare appoggi per inquinare pericolosamente la vita del paese. Abbiamo chiamato questo percorso  50-40 Freccianera mettendo insieme i due anniversari, i 50 anni da Piazza Fontana e i 40 dal massacro della stazione di Bologna e richiamando le bombe sui treni che hanno punteggiato il periodo 1969-1984, dai primi attentati ferroviari dell’estate 1969 (voluti per preparare il terreno e aprire la strada a Piazza Fontana) alla strage del rapido 904 in località S. Benedetto Val di Sambro del 1984.

Di fronte a verità emerse sul piano storico, ma mai fino in fondo sancite su quello giudiziario, si pone la necessità di riannodare i fili della memoria per far capire, specie ai più giovani, cosa accadde davvero e quale eredità quelle vicende consegnino al presente.

Sulla bomba che esplose alle 16.37 del 12 dicembre 1969 stroncando la vita a 17 persone e lacerandola ad altre 88 conosciamo quasi tutto, ma le prove che avrebbero dovuto inchiodare i responsabili sono arrivate sempre dopo le sentenze delle decine di processi che si sono svolti e nessuno mai ha pagato il conto.

Non l’hanno fatto i neofascisti di Ordine Nuovo  e Avanguardia Nazionale Freda, Ventura, Maggi, Zorzi, Digilio… ideatori e sviluppatori del programma stragista per dare una svolta in senso autoritario alla vita politica del paese per un lunghissimo decennio, agito in simbiosi con una rete di neofascismo internazionale e con gli apparati dei servizi segreti italiani e internazionali, con in prima fila quelli americani.

Non l’ha fatto Umberto Federico D’Amato, piduista, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, organizzatore della strage di piazza Fontana, elemento centrale dei servizi segreti italiani nella stagione delle stragi, da quella del 12 dicembre 1969 a quella del 2 agosto 1980, delle quali figura tra i principali mandanti e responsabili e sul cui curriculum vale la pena spendere due parole perché esemplare di come la strategia delle stragi sia stata concepita e realizzata dai vertici dei servizi segreti a disposizione dello Stato.

Umberto Federico D’Amato

Nato a Marsiglia nel 1919, figlio di un collaboratore dell’Ovra, D’Amato entra in servizio al Ministero dell’interno il 1 agosto 1943. Nel 1944 convince i principali esponenti della polizia segreta fascista e della Repubblica di Salò a cambiare bandiera, legandosi all’Oos (poi Cia) guidata da James Angleton, portando a termine, tra l’altro, il salvataggio di Junio Valerio Borghese, l’uomo militarmente più potente della Repubblica di Salò e capo della X Mas.

Capo dell’Ufficio politico della questura di Roma dal 1950, dal 1960 D’Amato passa all’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno, di cui assume la vicedirezione nel 1969 e la direzione nel 1971. L’Ufficio affari riservati nasce nel 1948 sulle ceneri della vecchia Divisione affari generali e riservati che operava sotto il fascismo per coordinare le attività delle questure; sotto Tambroni diventa una polizia parallela al servizio del Ministero degli interni. Nel 1963 Paolo Emilio Taviani, principale referente politico di Gladio e Stay Behind, ne avvia la ristrutturazione, aumentandone le funzioni e le competenze. D’Amato ha il compito di coordinare le squadre periferiche che sono attive in diverse città italiane e che gestiscono informatori disseminati in varie formazioni politiche (movimenti extraparlamentari compresi) e giornalistiche. È lui, da quegli anni, il cardine e il capo di quello che diventa un vero e proprio Ufficio stragi, sciolto ufficialmente nel 1974 dal ministro Taviani, dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia.

D’Amato, grazie ai buoni rapporti con i vertici della Cia, nel frattempo è diventato anche capo delle delegazione italiana presso il Comitato di sicurezza della Nato (una struttura che riunisce i principali servizi di sicurezza dei paesi Nato) e nel 1965 è tra i fondatori di un organismo informale, poi denominato Club di Berna, che coordina le polizie europee, col risultato che egli è il maggiore referente sia dei servizi di informazione o sicurezza più o meno segreti sia delle informative e delle attività delle forze di polizia.

Dopo lo scioglimento dell’Ufficio nel 1974, D’Amato è trasferito alla direzione della polizia stradale, ferroviaria, postale e di frontiera, continuando a svolgere attività di intelligence. Iscritto alla loggia P2 con tessera n. 1643, appartiene al gruppo centrale della loggia raggiungendo il grado terzo (“maestro”). Collocato in pensione nel 1984, continua la sua collaborazione col mondo giornalistico (tiene una rubrica di gastronomia per L’espresso), per morire a 77 anni il 1 agosto 1996.

Umberto Federico D’Amato ha avuto uno smisurato potere grazie anche ai suoi rapporti con la Cia e con i servizi europei, con i capi dei vari servizi di informazione italiani, militari e non, con fascisti e golpisti di ogni risma. La sua posizione economica, depositata in banche svizzere e francesi, è definita da Licio Gelli “rilevantissima” ed è sostenuta da versamenti americani.

Al pari di D’Amato, non hanno mai pagato il conto gli uomini del Sid, il Servizio Informazioni della difesa, a cominciare dal generale Gianadelio Maletti, fuggito in Sudafrica, a Guido Giannettini e Vito Miceli, che, con la collaborazione dell’esercito e dell’Arma dei Carabinieri, ebbero piena conoscenza di quanto stava succedendo e si diedero da fare per depistare le indagini e proteggere i responsabili.

Da piazza Fontana alla stazione di Bologna le indagini della magistratura si sono sempre scontrate contro qualcuno che alterava, affermava il falso, negava il vero o taceva. I servizi segreti, che “deviati” non erano, hanno agito come una vera e propria agenzia di depistaggio delle indagini giudiziarie rispetto a tutta la stagione delle bombe.  Il filo nero dei depistaggi è ben tracciato nel libro Depistaggi. Da piazza Fontana alla Stazione di Bologna (Castelvecchi 2018), di cui abbiamo incontrato alcuni autori nel corso di una serata in cui è emerso chiaramente come la pratica del depistaggio e della menzogna all’interno degli organismi dello Stato ha funzionato – e continua a funzionare – per condizionare l’esito delle indagini e fornire false ricostruzioni.

Lo abbiamo visto ancora all’inizio di quest’anno con la chiusura della nuova inchiesta della procura generale di Bologna sui presunti mandanti, finanziatori e altri esecutori della strage del 2 agosto 1980: avvisi  di fine indagine sono stati indirizzati  a Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore che avrebbe agito con i quattro estremisti già condannati (Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini), a Licio Gelli (già condannato per depistaggio) e al suo braccio destro Umberto Ortolani (già accusato, ma poi prosciolto), banchiere e imprenditore, al potentissimo Umberto Federico D’Amato e a Mario Tedeschi, piduista, senatore di MSI e noto giornalista di destra che si sarebbe occupato della gestione mediatica della strage. Questi ultimi quattro sono tutti morti da tempo e la loro posizione sarà ovviamente archiviata.

La procura ha poi stabilito che sono coinvolti nella strage come depistatori l’ex generale del Sisde Quintino Spella, vivo ma ultranovantenne, Piergiorgio Segatel, ex carabiniere di Genova e Domenico Catracchia, amministratore di condominio che gestiva degli appartamenti in via Gradoli a Roma, che dovrà rispondere di false informazioni fornite ai pm al fine di sviare le indagini in corso. Poiché il reato di depistaggio fu introdotto nel codice penale italiano solo nel 2016 grazie alla lunghissima battaglia portata avanti dall’Associazione Vittime del 2 agosto, i fatti ascritti a questi ultimi tre indagati devono essere stati commessi di recente a conferma del fatto che esiste ancora un sistema che vuole far sì che determinati elementi non emergano e che determinate responsabilità rimangano occultate.

I risultati dell’ultima inchiesta mettono chiaramente in evidenza una cosa: la strage della Stazione di Bologna rientra a pieno titolo nel contesto più ampio della strategia della tensione. Dieci anni dopo ritroviamo gli stessi personaggi e le stesse organizzazioni: la loggia massonica P2, la stampa di destra come la rivista “Il borghese” che ha sempre sostenuto mediaticamente certe azioni, la presenza di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale.

Nulla di nuovo quindi, a conferma delle parole riportate nella sentenza del 22 luglio 2015 della Corte d’assise di Milano, confermata dalla Cassazione nel 2017, per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 che ha condannato all’ergastolo l’ex ordinovista Carlo Maria Maggi e l’ex fonte “Tritone” dei servizi segreti Maurizio Tramonte: “Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa”. In quelle sentenze l’intreccio di interessi e  protagonisti è molto ben delineato: ci settori delle forze armate, settori delle forze dell’ordine, buona parte dei carabinieri, settori della politica, della massoneria e dell’imprenditoria. C’è un importante partecipazione dei servizi segreti italiani e stranieri, soprattutto americani. E viene fatta luce sugli esecutori concreti degli attentati, che sono gli ambienti neofascisti e neonazisti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e degli altri piccoli gruppi che ruotano attorno a loro.

Riannodare i fili del periodo più buio della nostra storia recente vuol dire sollecitare l’attenzione rispetto alle dinamiche reazionarie ancora ben presenti, oggi mascherate in partiti che, insieme a sovranisti e populisti, palesemente invocano orientamenti fascisti, razzisti, sessisti. Un importante lavoro in questo senso è il progetto www.memoriattiva.it ideato dal giornalista Andrea Palladino e dalla giornalista Antonella Barranca. Memoriattiva è un database avanzato che vuole raccogliere e rendere disponibile a tutti documentazione sulla destra radicale proveniente da diverse fonti, in particolare sentenze che riguardano il periodo della stagione delle stragi e documenti di istituti di ricerca.


Il virus nero

Posted: Giugno 13th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su Il virus nero

Un’intervista ad Andrea Palladino, giornalista e consulente della puntata di Report andata in onda il 27 aprile 2020

È la terza volta che ci vediamo dopo aver presentato il tuo libro  “Europa Identitaria” a maggio dell’anno scorso e la presentazione, a settembre, de “I demoni di Salvini” insieme con l’autore Claudio Gatti. Adesso ti abbiamo chiesto di fare una chiacchierata a  seguito della puntata di Report della scorsa settimana dal titolo piuttosto chiaro “Il virus nero” su Forza Nuova e i fascisti italiani di Forza Nuova emigrati in Gran Bretagna, esuli, come dicono loro, in realtà latitanti come sappiamo. Sicuramente la figura centrale è ancora una volta quella di Roberto Fiore. Come prima domanda ti chiedo un po’ di parlarci di lui, “esule” in Inghilterra, in realtà tranquillo latitante come altri militanti di Forza Nuova. Chi è Fiore lo sappiamo, ma come ha fatto i soldi, come ha fatto a restare in Inghilterra del tutto indisturbato?
Una frase che mi ha colpito nella sua intervista a Report è “c’è una sola spiegazione, l’aiuto di Dio”, Fiore risponde così alla domanda sulle sue fonti di finanziamento. Invece?

Dice anche “Inchinatevi alla genialità”… Invece è una storia complicata che continua ad avere dei punti poco chiari. Partiamo dalla spiegazione ufficiale che fornisce Roberto Fiore  e cioè che lui arriva da latitante in Inghilterra,  inizialmente fa dei lavoretti, come ad esempio cameriere e autista di minicab. Poi decide di aprire un’impresa insieme con Massimo Morsello, che non era un latitante di Terza Posizione, ma dei Nar. Secondo il racconto di Fiore si conoscono in Inghilterra e decidono di aprire la Meeting Point con capitale iniziale di 2.000 sterline, 1.500 messe da Morsello e 500, a prestito da Morsello, messe da Fiore. Questa è la versione ufficiale che fornisce Fiore, che dice anche di aver ricevuto successivamente l’aiuto da parte di una serie di imprenditori, di cui non fornisce i nomi. Il settore d’affari era l’organizzazione e la vendita di pacchetti di corsi di lingua, camere in affitto e lavoretti per gli studenti che andavano a Londra.
Questa è la storiella bella che viene raccontata; ha alcuni punti che andrebbero ulteriormente approfonditi. Il primo è che è difficile pensare che un latitante, anzi due, Morsello e Fiore – a detta loro latitanti solo per la giustizia italiana e non per quella inglese – che non potevano entrare in nessun paese europeo perché soggetti a mandato di cattura, potessero avere una serie di agganci nel mondo degli affari. Il loro mercato era sì in Inghilterra, ma avevano rapporti necessariamente con l’Italia da cui venivano appunto i clienti.

Su questo punto ci sono difficoltà oggettive per riuscire oggi a ricostruire puntualmente i fatti. Prima di tutto ricordiamoci che l’Inghilterra è un paradiso societario, le companies, cioè le società inglesi, non hanno quella legislazione rigorosa che può esserci in Italia o in altri paesi. E’ difficile quindi ripercorrere a ritroso le storie societarie e gli affari di qualsiasi impresa in Inghilterra, non solo quella di Fiore e Morsello.
C’è poi anche un altro filone molto interessante che è quello dei trust, le cosiddette charities, fondazioni teoricamente a scopo benefico. Fiore ne apre direttamente una, la Saint George Educational Trust, e ha tutta una serie di contatti e di incroci con un’altra fondazione, la Saint Michael Arcangel Trust. Queste due sigle erano un po’ il motore politico dell’attività di Fiore. Soprattutto la prima diventa il punto di riferimento di un ambiente politico di estrema destra che si sviluppa in Inghilterra a partire dal 1980-1981, quando arrivano Fiore, Morsello e altri latitanti di estrema destra dall’Italia, che partecipano a un ribaltamento del National Front, il principale partito di estrema destra inglese. Contribuiscono a rinnovare la destra estrema inglese con un taglio più cattolico integralista formando un’organizzazione che si chiamava Terza Posizione Internazionale (International Third Position) insieme ad alcuni esponenti del National Front e di altre formazioni.
Il centro geografico di questo gruppo è una residenza di campagna molto bella e imponente, anche se oggi un po’ diroccata, la Forest House, ad una sessantina di chilometri da Londra, di proprietà all’epoca di Rosine de Bounevialle, una signora molto nota nell’estrema destra inglese. Lei passa materialmente il testimone al gruppo di Fiore e Morsello, non solo simbolicamente, ma anche concretamente cedendo quella grossa tenuta alla Saint George Educational Trust. Cosa abbiano fatto in realtà queste due charities anche qui non è facilissimo capirlo, tant’è che nel 2000-2001 l’organismo pubblico che sovraintende alle charities in Inghilterra aprì un’inchiesta, chiusa dopo un anno di istruttoria, in cui ipotizzava uno scambio, un passaggio di fondi tra la Meeting Point e almeno uno dei due Trust, chiedendo informazioni sul villaggio di Los Pedriches in Spagna vicino a Valencia, acquistato dal Saint Michael Arcangel Trust per realizzare una sorta di villaggio nero, un villaggio neofascista in Spagna.

È importante anche notare che Fiore e Morsello non sono stati gli unici latitanti di estrema destra che hanno fatto fortuna in Inghilterra, ci sono almeno altri due nomi importanti che sono Stefano Tiraboschi, oggi un importante imprenditore nel campo della ristorazione proprietario di due o tre ristoranti nella zona di Notting Hill, zona molto in di Londra e Vittorio Spadavecchia, imprenditore nel campo immobiliare e tutt’oggi latitante per la giustizia italiana. In passato si provò a chiedere l’estradizione, ma venne negata dalle autorità inglesi come avvenne per Fiore. E’ qui interessante ricordare le parole del Ministro della Giustizia Bonafede che all’arrivo di Battisti estradato in Italia, affermò che “in Italia non c’è scampo per i terroristi, li acchiappiamo ovunque loro siano”. Nel caso dei latitanti di destra l’affermazione di Bonafede non è valida e sarebbe interessante capire se c’è interesse o meno nel catturare anche questi latitanti…
Tutti i latitanti di estrema destra che sono andati in Inghilterra hanno avuto una certa fortuna, a partire da Saccucci, Clemente Graziani, sono molti quelli che fin dagli anni 70 scappavano in Inghilterra dove avevano sostanzialmente delle coperture e difficilmente venivano poi catturati e riportati in patria, salvo qualche caso più eclatante di terroristi che avevano delle accuse di omicidio.
L’altro aspetto interessante che abbiamo mostrato io e Giorgio Mottola, autore del servizio di Report, è che cos’era la Meeting Point, lo snodo fondamentale anche dopo gli anni 80, che da una parte aveva un giro di affari importante, con cui erano arrivati a gestire duemila posti letto a Londra, ad avere 60/70 dipendenti, una ventina di sedi e di agenzie in altri paesi europei e diversi miliardi di lire di fatturato, dall’altra non era solamente un’azienda, ma aveva anche un ruolo politico importante. Innanzitutto è stata la cassaforte che ha finanziato la creazione di Forza Nuova fin dalla sua fase preparatoria alla fine degli anni 90. Come racconta Perrone, ex militante di Forza Nuova, che veniva stipendiato direttamente da Meeting Point per fare attività politica e per finanziare la creazione di cellule che, dal nome delle unità fondamentali della Guardia di Ferro di Codreanu (modello della estrema destra fascista europea), chiamavano Cuib, come le cellule territoriali di Terza Posizione. Lo stesso nome viene utilizzato negli anni 90 per la fondazione di Forza Nuova, ricordiamo che sugli striscioni allora si vedeva Cuib e il nome della città; è quindi chiaro che l’attività politica di quel partito dichiaratamente neofascista di estrema destra italiano viene finanziata dalla Meeting Point.
Ma non solo. La procura di Milano, durante una delle tante istruttorie per piazza Fontana, quando in quel momento era indagato Delfo Zorzi, appartenente a Ordine Nuovo Veneto, decise di intercettare Massimo Morsello. Alcune utenze telefoniche basate in Svizzera appartenenti ad  una società collegata a Delfo Zorzi erano utilizzate da Paolo Giachini, un avvocato romano in contatto a sua volta con l’esponente di ON. Dall’analisi dei tabulati la procura di Milano scopre che c’erano contatti telefonici tra questa utenza telefonica svizzera di Giachini e Massimo Morsello. Da quanto si legge sulle carte dell’indagine milanese del 1997, i magistrati hanno ipotizzato che la Meeting Point fosse una sorta di Internazionale Nera, fornendo una copertura logistica ad almeno tre importanti esponenti dell’estremismo di destra e del terrorismo nero. Parliamo di Angelo Angeli, detto il Bombardiere Nero, che aveva contatti telefonici con Morsello quando stava in Inghilterra – ricordiamo che Angeli fu accusato dello stupro di Franca Rame – c’era poi Pasquale Belsito, importante esponente dei Nar e Kapplerino, ovvero Elio Di Scala, altro esponente neofascista. La procura di Milano scriveva nella richiesta di intercettazioni che in questi tre casi potessero essere il sintomo dell’esistenza di una sorta di struttura tipo Odessa, la sigla di supporto ai gerarchi nazisti che fuggivano dalla Germania. Dalle intercettazioni fatte all’epoca a Morsello appaiono inoltre scambi di soldi importanti tra esponenti dell’estremismo neofascista italiano; si parla di persone legate a Franco Freda, che doveva difendersi in un processo a Milano. Si accenna poi ad altri soldi che vanno a Paolo Giachini in maniera non sempre trasparente, chiedendo, ad esempio, di non intestare l’assegno al proprio nome, oppure di fare assegni di una certa cifra in maniera tale che non fossero registrati.

Quindi Meeting Point non era soltanto un’impresa che si occupava di corsi di lingua, ma uno snodo politico dell’estremismo di destra neofascista europeo di una certa importanza, oltre ad aver avuto un ruolo fondamentale nella creazione di Forza Nuova.

Sempre sulla Meeting Point. Se non sbaglio Perrone nella sua intervista a un certo punto racconta che era in ascensore a Londra nel palazzo della Meeting Pont, sbaglia piano e arriva nella sede di una polizia speciale inglese che si trovava proprio sopra la Meeting Point. Dalle carte cosa si riesce a capire dei rapporti tra la Meeting Point e i servizi segreti inglesi?

L’unico documento ufficiale è la relazione molto stringata di una commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo del 1991 dove Roberto Fiore viene indicato come agente o quanto meno organico alla MI6. Fiore ha sempre smentito, dicendo che erano fandonie nate dalla stampa militante inglese tipo Searchlight. Di sicuro Fiore in Inghilterra non ha mai avuto difficoltà  o indagini particolari, si è sempre comportato bene, non ha compiuto nessun reato – è quanto lui sostiene. Senza ombra di dubbio, però, è stato un motore propulsivo dell’estremismo di destra e forse meritava un approfondimento. Quello che alla fine sostiene Perrone è che in fondo Fiore riesce sempre a cavarsela e questo fa sorgere anche dei sospetti.

Arriviamo all’entrata in gioco di due personaggi fondamentali che appaiono nella puntata di Report, uno sicuramente è Raymond Hill e la Lega di San Giorgio e l’altro è Enrico Maselli, citato dallo stesso Raymond Hill,  non l’Enrico Tomaselli che entra nelle carte sulla strage di Bologna. Qual è il ruolo di Hill e Maselli?  E lo scambio di nome Maselli/Tomaselli è stata solo una coincidenza, una casualità o siamo davanti a un altro dei tanti depistaggi?

Raymond Hill è un inglese che nasce e cresce a Leicester, vicino a Manchester, negli anni 60. C’è un libro molto interessante che lui ha scritto, The Other Face of Terror, in cui parla anche della sua infanzia, utile a capire bene la sua figura. Racconta che agli inizi degli anni 60, nel periodo della prima migrazione dall’India all’Inghilterra, nei suburbi inglesi si sviluppa un forte razzismo. Hill si avvicina a gruppi apertamente nazisti proprio attraverso questo tema. Questo è un punto interessantissimo perché ci porta direttamente all’oggi: il razzismo dell’estremismo di destra in Europa dura da almeno 60 anni. Certe tesi di sostituzione etnica, degli stranieri che rubano il lavoro, baggianate di questo tipo che oggi riempiono i social e sono il cavallo di battaglia di alcune organizzazioni politiche, esistevano già all’epoca. Hill si trasferisce poi in Sudafrica alla ricerca di lavoro;  era l’epoca della cosiddetta Africa bianca, dove il Sudafrica e la Rhodesia erano due paesi cari all’estremismo di destra a livello europeo tant’è che riceveranno numerosi mercenari nazifascisti per combattere a difesa dei governi dell’apartheid. In Sudafrica Hill conosce altri esponenti del National Front, importante organizzazione dell’estrema destra inglese, che nel paese africano apre proprio una filiale. Inizia così a fare politica. C’è un passaggio importante  nel libro di Hill, dove racconta che a un certo punto si crea una sorta di unione, un’alleanza tra il National Front sudafricano, ma di origine inglese, e un’organizzazione che si chiamava Unido, formata da italiani, imprenditori, ingegneri, personaggi di un certo livello, tutti rigorosamente dell’estrema destra legati soprattutto a Ordine Nuovo. C’era una rivista, Noi Europa, che veniva stampata a Johannesburg ed era promossa da due figure importanti:  Miliello, editore della rivista, che ospitava anche scritti di Mario Tuti, con in copertina l’ascia bipenne di Ordine Nuovo ed aveva un collegamento diretto con un’altra rivista italiana Quex, nata all’interno del carcere. L’altra importante figura era Max Bollo, in Sudafrica da circa vent’anni, che si occupava sostanzialmente di arringare le folle con discorsi che si richiamavano alla Germania nazista. Hill prende contatti con questi gruppi di italiani, in particolare con Max Bollo, e quando sul finire degli anni 70 torna Inghilterra, Max Bollo lo cerca per informarlo che sarebbe stato contattato da un camerata, tale Enrico Maselli. Enrico Maselli, tra il marzo e aprile 1980, come lui stesso riconosce, va in Inghilterra, incontra Hill due volte e, secondo Hill, gli dice che stanno per fare azioni importanti in Italia e che hanno bisogno di un aiuto per far fuggire un gruppo di neofascisti. La cosa inquietante è che questo avviene qualche mese prima della strage di Bologna. Hill dice che Maselli non ha mai fatto riferimenti alla strage di Bologna, ma che quando è scoppiata la bomba il 2 agosto del 1980 ha capito che quella era la “cosa importante” a cui si riferiva Maselli. Questo è quanto riferisce Hill. C’ è un altro passaggio che verrà pubblicato anche su Searchlight in cui si capisce che Hill ha ricevuto anche una lettera da Maselli. A questo punto siamo andati a trovare Enrico Maselli e gli abbiamo chiesto se ricordava l’incontro con Hill. Maselli ha dimostrato una memoria straordinaria, ha individuato immediatamente la persona, il luogo dell’incontro, Leicester, e il momento in cui è avvenuto, aprile 1980. Conferma quindi che l’incontro c’era stato, ma sostiene che non hanno parlato né della strage di Bologna, né di far fuggire delle persone, né tantomeno di quello che sarebbe avvenuto di lì a poco in Italia. Non ci ha detto però di cosa hanno parlato. Dal racconto di Maselli sembrava essere stato un incontro fortuito, ma è curioso però come a 40 anni di distanza ne ricordasse perfettamente tutti i dettagli. E’ importante sottolineare che Maselli a sua volta era legato proprio a quel gruppo sudafricano a cui abbiamo accennato prima,  era stato in Sudafrica e conosceva il gruppo di italiani neofascisti che stavano lì, che saranno condannati, tra l’altro, per atti terroristici contro alcune istituzioni che stavano iniziando di bloccare l’apartheid, siamo negli 1979-1980. Al gruppo, formato soprattutto da italiani, che si chiamava Wit Kommando, Commando Bianco, verrà sequestrato un importante arsenale. Maselli aveva contatti con questo gruppo, anche se afferma che fosse solo a titolo di conoscenza personale e non per ragioni politiche.

Usciamo un po’ da questo tema e andiamo su un aspetto più recente e di estrema attualità. Abbiamo visto da varie fonti che tutti i sovranismi europei sicuramente, ma anche forse internazionali pensando agli Stati Uniti e la Russia, hanno un rapporto strano e particolare col Covid-19. Da un lato abbiamo i sondaggi che parlano di un crollo dei sovranisti in tutto il mondo, la Lega di Salvini sembra che continui a perdere punti, Trump stesso pare non passarsela bene negli Stati Uniti, dall’altra abbiamo loro che continuano a fare propaganda utilizzando quello che è il loro cavallo di battaglia in campo comunicativo, cioè le fake news. Che idea ti sei fatto sul rapporto di questi movimenti col Covid-19?

Io starei un attimo cauto sul fatto che il sovranismo sia in calo, è vero i sondaggi mostrano che Salvini, Trump, lo stesso Bolsonaro sono in forte difficoltà. Teniamo conto che Boris Johnson, Trump e Bolsonaro sono i negazionisti della pandemia della prima ora e hanno sempre rappresentato gli interessi del grosso capitale e quindi difendono chi non vuole chiudere, sappiamo che Confindustria ha fatto molta resistenza nel nord contro il lockdown: penso quindi siamo di fronte banalmente alla difesa di interessi di cortile più bassi. Però differente è il discorso su quanto possa prendere piede l’estremismo di destra,  non chiamiamolo più sovranismo, ma proprio l’estremismo di destra populista alla Casapound e alla Forza Nuova nel momento di crisi sistemica. Casapound è l’unico movimento politico oggi in Italia a essere in piazza, ormai da più di un mese. Stanno utilizzando l’assistenza e quindi la distribuzione dei pacchi alimentari con scritto sopra, in maniera becera, “prima gli italiani”, facendosi selfie da postare. E’ evidente che è propaganda politica e non interesse per le povertà, ma questo consente alle formazioni più strutturate di estrema destra di continuare ad avere presenza territoriale e di cominciare ad allacciare rapporti con le fasce più in difficoltà che, col proseguire della crisi economica, potrebbero anche dare vita a forme di rivolta. E quindi essere in pole position è il loro obiettivo politico in questo momento.

C’è poi la propaganda basata su fatti manipolati. E’ ovvio che in una situazione di difficoltà e di crisi profonda come questa il complottismo ha sempre attecchito storicamente, trovare il nemico, trovare la causa del tuo male, è qualcosa che politicamente ha sempre dato i suoi frutti. Basta vedere il volantino che ha fatto Casapound per le manifestazioni delle mascherine tricolori: si parla della dittatura sanitaria, del “ci vogliono mantenere in questo stato”, si dice che c’è un complotto mondiale in cui dentro ci sono l’OMS, Bill Gates, – perché adesso non va più di moda Soros, ma va di moda Bill Gates –  poi si mischiano anche 5G, novax,  ecc., in una nebulosa che l’estrema destra cerca di monopolizzare dal punto di vista dell’egemonia politica di quell’area  e di creare una massa che sia utile poi per una scalata al consenso e sui territori.  In realtà, quindi, la destra è molto attiva dal punto di vista politico su diversi livelli, non è solamente sui social, ma sta puntando anche a una presenza militante nei quartieri e nelle strade. A me risulta che anche realtà di sinistra e i centri sociali facciano la stessa cosa verso persone che si trovano in difficoltà, ma non lo fanno come attività politica, senza una rivendicazione politica dell’aiuto alimentare, cosa che invece è diventata uno strumento politico da parte della destra. Ci sono foto di esponenti di Casapound che distribuiscono i pacchi insieme alla Protezione civile. Ci sono associazioni come quella di Luigi Ciavardini, che a Bologna conoscete molto bene per i suoi legami con la strage del 2 agosto, anch’essa attiva nella distribuzione di pacchi alimentari, ci sono addirittura delle fotografie che mostrano la sua associazione distribuire pacchi della Roma Calcio. C’è una forte attività quindi da questo punto di vista che va seguita e capita e monitorata perché, non dimentichiamolo mai, sono organizzazioni apertamente neofasciste e quindi un pericolo per la democrazia.


Avanti Antifa!

Posted: Giugno 2nd, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su Avanti Antifa!

Dagli Stati Uniti rimbalzano le notizie di una sollevazione generale senza uguali, dopo la morte di George Floyd per mano poliziotta.

Si fatica a stare dietro agli eventi: centinaia sono le città con cortei, decine quelle dove è imposto il coprifuoco. Se a Minneapolis tredicimila uomini della guardia nazionale starebbero riuscendo a reprimere violentemente la rivolta, altre città si infiammano.

Trump, che minacciava di di sguinzagliare “the most vicious dogs” e i migliori uomini dell’Fbi contro i manifestanti che circondavano la Casa Bianca si è dovuto nascondere nel bunker sotterraneo e da lì via Twitter incitare i suoi alla risposta armata.


Quella in corso negli Stati Uniti è una sollevazione, violenta e nonviolenta, afroamericana e non: profondamente condivisa. Una protesta radicale contro il ripetersi di omicidi di afroamericani da parte delle forze dell’ordine e contro una profonda discriminazione sociale che la pandemia ha ulteriormente accentuato. Un’epidemia che Trump ha negato, quindi ignorato, poi minimizzato in nome dell’imperativo economico, col risultato che degli oltre 100.000 morti che il virus ha provocato gran parte sono neri o ispanici. Una pandemia che colpisce in maniera ineguale in tutti i sensi, che sta condannando quaranta milioni di persone a rimanere senza lavoro e che si sta abbattendo con particolare forza su quelle masse afroamericane che da inizio degli anni Ottanta a oggi hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita.

Come a Watts nel 1965, a Newark e a Detroit nel 1967, a Miami nel 1980, a Los Angeles nel 1992, a Ferguson nel 2015, come e più di allora la comunità afroamericana e i solidali reclamano la fine del razzismo e la giustizia sociale. Ancora una volta “senza illusioni”. Perché la lotta per l’emancipazione e contro il razzismo non sarà mai finita.

Ma oggi il tiranno, il campione del darwinismo sociale e del capitalismo, è nel bunker, e la strada per la giustizia sembra aprirsi.

“Non c’è bisogno di essere neri per sentirsi oltraggiati da questo omicidio” recitava un cartello nelle proteste.

“Volete vivere comodamente e trattarci come animali?”, chiedeva una donna davanti a un commissariato di Minneapolis in fiamme.

Quel ginocchio sul collo di Floyd è un ginocchio sul collo di tutti noi. Vogliamo cominciare a respirare insieme.

Al fianco dei fratelli che occupano le strade.


Peccato che al coronavirus non possiamo sparare, altrimenti avremmo già vinto!

Posted: Giugno 2nd, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , | Commenti disabilitati su Peccato che al coronavirus non possiamo sparare, altrimenti avremmo già vinto!

In un paese, il nostro, in cui è presente una sola azienda che produce ventilatori polmonari, ma 231 che fabbricano armi, la retorica della guerra al Covid-19 ha trovato linfa adatta di cui alimentarsi. E, non appena identificato a Codogno il paziente 1 affetto da coronavirus, il linguaggio mainstream è immediatamente entrato in guerra. L’Italia, come tutti gli altri Stati, ha dichiarato “guerra al Covid19”, “nemico” invisibile da combattere, le terapie intensive sono diventate “trincee” dove medici e infermieri lavoravano ininterrottamente, l’approvvigionamento di mascherine è stato trasformato in “economia di guerra”, qualcuno ha paventato che fosse necessario un cambio di mentalità “come in tempi di guerra” e per la fase 3 da più parti si parla di “ricostruzione”  e di “dopoguerra” come nelle situazioni post belliche.

E, come in tutti gli scenari bellici che si rispettino, il lockdown globale non ha arrestato la produzione e il commercio di armamenti, considerati “beni di apicale importanza”. Non si è arrestata a Cameri la linea di  produzione dei cacciabombardieri nucleari del programma F35 della Lockheed Martin; non ha fermato la produzione destinata all’export bellico la Beretta, pur convertendo, più per pubblicità che altro, alcune stampanti alla produzione di valvole in 3D per le terapie intensive. Non si sono fermati i traffici internazionali di materiale bellico destinato alle guerre sporche, come ci hanno mostrato i portuali di Genova che hanno bloccato lo scarico della nave saudita con nella stiva decine di blindati Hercules di fabbricazione statunitense diretti verso le guerre in Medio Oriente.

Tutte le maggiori industrie di armi dei gruppi Leonardo e Fincantieri sono a partecipazione statale, ma di fronte a un’emergenza di proporzioni mai viste nessuna linea di produzione di materiale bellico è stata riconvertita per la realizzazione di materiale sanitario; d’altro canto nel corso degli anni abbiamo visto come l’aumento delle spese militari sia sempre stato proporzionale alla diminuzione delle spese per la sanità e il welfare.

La spesa militare italiana, aumentata di oltre il 6% rispetto al 2019 ha superato i 26 miliardi di euro su base annua, equivalenti a una media di 72 milioni di euro al giorno. Ma, in base all’impegno preso dal nostro paese nella Nato, essa dovrà continuare a crescere fino a raggiungere una media di circa 100 milioni di euro al giorno, mentre occorreranno enormi risorse per affrontare le conseguenze sociali ed economiche della crisi del coronavirus a partire dalla disoccupazione.

Il Covid-19, tra le mille contraddizioni del nostro vivere che ha messo in evidenza, ci ha sbattuto in faccia una verità: non sono le armi e gli strumenti militari a garantire la sicurezza, che deve essere invece realizzata attraverso tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’istruzione e l’ambiente.

Se il coronavirus quest’anno ci risparmia le parate terrene del 2 giugno con cui lo stato ogni anno celebra se stesso trasformando la nascita della repubblica nella festa delle forze armate, la retorica patriottica solca comunque i cieli con le Frecce Tricolori che sorvolano per cinque giorni su tutto il paese, a partire dalle aree più colpite dalla pandemia, per dare un segno di “ripresa”.

Le piazze del 2 giugno sono state “prenotate” della destra italiana con le loro mascherine tricolori. La festa della repubblica, a dispetto di chi ha combattuto per renderla vera, è sempre stata appannaggio della destra italiana sia essa istituzionale (forze armate, presidenza della repubblica, capi di stato e di governo) che eversiva (nazionalisti di ogni risma ai quali si sono uniti negli ultimi anni gli autonomisti padani). A noi, gli antimilitaristi, gli antifascisti, i pacifisti, gli ecologisti, è sempre stato assegnato il retro-palco: scortati (se non attaccati) dalla polizia.

Non c’è nulla da riprendere: c’è da far sentire il dissenso nei confronti un modello di sviluppo che privilegia l’economia alla salute e affermare ancora una volta che possiamo fermare le guerre solo eliminando gli stati nazionali, le frontiere, gli eserciti e con la riconversione della spesa militare.