Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere

50-40 Freccianera. Da piazza Fontana alla stazione di Bologna: la stagione delle stragi di stato

Posted: Giugno 29th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , , , | No Comments »

Riportiamo un nostro articolo pubblicato sul numero di giugno della rivista Malamente (https://malamente.info/)

Il 12 dicembre 1969, 50 anni orsono, la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana apriva una stagione di attentati di mano fascista, che culminava il 2 agosto 1980 con la strage della Stazione di Bologna di cui ricorre quest’anno il quarantennale. Un disegno stragista che ha attraversato l’intero paese fermando le lotte di studenti e operai, progettato per seminare disordine e terrore ed evocare sbocchi di tipo autoritario il cui principale attore fu lo Stato: mandante delle stragi, autore dei depistaggi, responsabile degli insabbiamenti della verità.

A Bologna abbiamo cercato di costruire un percorso  per ripercorrere, attraverso iniziative di approfondimento,  la narrazione di quel decennio per sottrarlo alla vuota retorica, alle falsificazioni, all’oblio, nella consapevolezza che le trame neofasciste e neonaziste non mancano ancora oggi di trovare appoggi per inquinare pericolosamente la vita del paese. Abbiamo chiamato questo percorso  50-40 Freccianera mettendo insieme i due anniversari, i 50 anni da Piazza Fontana e i 40 dal massacro della stazione di Bologna e richiamando le bombe sui treni che hanno punteggiato il periodo 1969-1984, dai primi attentati ferroviari dell’estate 1969 (voluti per preparare il terreno e aprire la strada a Piazza Fontana) alla strage del rapido 904 in località S. Benedetto Val di Sambro del 1984.

Di fronte a verità emerse sul piano storico, ma mai fino in fondo sancite su quello giudiziario, si pone la necessità di riannodare i fili della memoria per far capire, specie ai più giovani, cosa accadde davvero e quale eredità quelle vicende consegnino al presente.

Sulla bomba che esplose alle 16.37 del 12 dicembre 1969 stroncando la vita a 17 persone e lacerandola ad altre 88 conosciamo quasi tutto, ma le prove che avrebbero dovuto inchiodare i responsabili sono arrivate sempre dopo le sentenze delle decine di processi che si sono svolti e nessuno mai ha pagato il conto.

Non l’hanno fatto i neofascisti di Ordine Nuovo  e Avanguardia Nazionale Freda, Ventura, Maggi, Zorzi, Digilio… ideatori e sviluppatori del programma stragista per dare una svolta in senso autoritario alla vita politica del paese per un lunghissimo decennio, agito in simbiosi con una rete di neofascismo internazionale e con gli apparati dei servizi segreti italiani e internazionali, con in prima fila quelli americani.

Non l’ha fatto Umberto Federico D’Amato, piduista, capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, organizzatore della strage di piazza Fontana, elemento centrale dei servizi segreti italiani nella stagione delle stragi, da quella del 12 dicembre 1969 a quella del 2 agosto 1980, delle quali figura tra i principali mandanti e responsabili e sul cui curriculum vale la pena spendere due parole perché esemplare di come la strategia delle stragi sia stata concepita e realizzata dai vertici dei servizi segreti a disposizione dello Stato.

Umberto Federico D’Amato

Nato a Marsiglia nel 1919, figlio di un collaboratore dell’Ovra, D’Amato entra in servizio al Ministero dell’interno il 1 agosto 1943. Nel 1944 convince i principali esponenti della polizia segreta fascista e della Repubblica di Salò a cambiare bandiera, legandosi all’Oos (poi Cia) guidata da James Angleton, portando a termine, tra l’altro, il salvataggio di Junio Valerio Borghese, l’uomo militarmente più potente della Repubblica di Salò e capo della X Mas.

Capo dell’Ufficio politico della questura di Roma dal 1950, dal 1960 D’Amato passa all’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno, di cui assume la vicedirezione nel 1969 e la direzione nel 1971. L’Ufficio affari riservati nasce nel 1948 sulle ceneri della vecchia Divisione affari generali e riservati che operava sotto il fascismo per coordinare le attività delle questure; sotto Tambroni diventa una polizia parallela al servizio del Ministero degli interni. Nel 1963 Paolo Emilio Taviani, principale referente politico di Gladio e Stay Behind, ne avvia la ristrutturazione, aumentandone le funzioni e le competenze. D’Amato ha il compito di coordinare le squadre periferiche che sono attive in diverse città italiane e che gestiscono informatori disseminati in varie formazioni politiche (movimenti extraparlamentari compresi) e giornalistiche. È lui, da quegli anni, il cardine e il capo di quello che diventa un vero e proprio Ufficio stragi, sciolto ufficialmente nel 1974 dal ministro Taviani, dopo la strage di Piazza della Loggia a Brescia.

D’Amato, grazie ai buoni rapporti con i vertici della Cia, nel frattempo è diventato anche capo delle delegazione italiana presso il Comitato di sicurezza della Nato (una struttura che riunisce i principali servizi di sicurezza dei paesi Nato) e nel 1965 è tra i fondatori di un organismo informale, poi denominato Club di Berna, che coordina le polizie europee, col risultato che egli è il maggiore referente sia dei servizi di informazione o sicurezza più o meno segreti sia delle informative e delle attività delle forze di polizia.

Dopo lo scioglimento dell’Ufficio nel 1974, D’Amato è trasferito alla direzione della polizia stradale, ferroviaria, postale e di frontiera, continuando a svolgere attività di intelligence. Iscritto alla loggia P2 con tessera n. 1643, appartiene al gruppo centrale della loggia raggiungendo il grado terzo (“maestro”). Collocato in pensione nel 1984, continua la sua collaborazione col mondo giornalistico (tiene una rubrica di gastronomia per L’espresso), per morire a 77 anni il 1 agosto 1996.

Umberto Federico D’Amato ha avuto uno smisurato potere grazie anche ai suoi rapporti con la Cia e con i servizi europei, con i capi dei vari servizi di informazione italiani, militari e non, con fascisti e golpisti di ogni risma. La sua posizione economica, depositata in banche svizzere e francesi, è definita da Licio Gelli “rilevantissima” ed è sostenuta da versamenti americani.

Al pari di D’Amato, non hanno mai pagato il conto gli uomini del Sid, il Servizio Informazioni della difesa, a cominciare dal generale Gianadelio Maletti, fuggito in Sudafrica, a Guido Giannettini e Vito Miceli, che, con la collaborazione dell’esercito e dell’Arma dei Carabinieri, ebbero piena conoscenza di quanto stava succedendo e si diedero da fare per depistare le indagini e proteggere i responsabili.

Da piazza Fontana alla stazione di Bologna le indagini della magistratura si sono sempre scontrate contro qualcuno che alterava, affermava il falso, negava il vero o taceva. I servizi segreti, che “deviati” non erano, hanno agito come una vera e propria agenzia di depistaggio delle indagini giudiziarie rispetto a tutta la stagione delle bombe.  Il filo nero dei depistaggi è ben tracciato nel libro Depistaggi. Da piazza Fontana alla Stazione di Bologna (Castelvecchi 2018), di cui abbiamo incontrato alcuni autori nel corso di una serata in cui è emerso chiaramente come la pratica del depistaggio e della menzogna all’interno degli organismi dello Stato ha funzionato – e continua a funzionare – per condizionare l’esito delle indagini e fornire false ricostruzioni.

Lo abbiamo visto ancora all’inizio di quest’anno con la chiusura della nuova inchiesta della procura generale di Bologna sui presunti mandanti, finanziatori e altri esecutori della strage del 2 agosto 1980: avvisi  di fine indagine sono stati indirizzati  a Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore che avrebbe agito con i quattro estremisti già condannati (Fioravanti, Mambro, Ciavardini e Cavallini), a Licio Gelli (già condannato per depistaggio) e al suo braccio destro Umberto Ortolani (già accusato, ma poi prosciolto), banchiere e imprenditore, al potentissimo Umberto Federico D’Amato e a Mario Tedeschi, piduista, senatore di MSI e noto giornalista di destra che si sarebbe occupato della gestione mediatica della strage. Questi ultimi quattro sono tutti morti da tempo e la loro posizione sarà ovviamente archiviata.

La procura ha poi stabilito che sono coinvolti nella strage come depistatori l’ex generale del Sisde Quintino Spella, vivo ma ultranovantenne, Piergiorgio Segatel, ex carabiniere di Genova e Domenico Catracchia, amministratore di condominio che gestiva degli appartamenti in via Gradoli a Roma, che dovrà rispondere di false informazioni fornite ai pm al fine di sviare le indagini in corso. Poiché il reato di depistaggio fu introdotto nel codice penale italiano solo nel 2016 grazie alla lunghissima battaglia portata avanti dall’Associazione Vittime del 2 agosto, i fatti ascritti a questi ultimi tre indagati devono essere stati commessi di recente a conferma del fatto che esiste ancora un sistema che vuole far sì che determinati elementi non emergano e che determinate responsabilità rimangano occultate.

I risultati dell’ultima inchiesta mettono chiaramente in evidenza una cosa: la strage della Stazione di Bologna rientra a pieno titolo nel contesto più ampio della strategia della tensione. Dieci anni dopo ritroviamo gli stessi personaggi e le stesse organizzazioni: la loggia massonica P2, la stampa di destra come la rivista “Il borghese” che ha sempre sostenuto mediaticamente certe azioni, la presenza di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale.

Nulla di nuovo quindi, a conferma delle parole riportate nella sentenza del 22 luglio 2015 della Corte d’assise di Milano, confermata dalla Cassazione nel 2017, per la strage di piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 che ha condannato all’ergastolo l’ex ordinovista Carlo Maria Maggi e l’ex fonte “Tritone” dei servizi segreti Maurizio Tramonte: “Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa”. In quelle sentenze l’intreccio di interessi e  protagonisti è molto ben delineato: ci settori delle forze armate, settori delle forze dell’ordine, buona parte dei carabinieri, settori della politica, della massoneria e dell’imprenditoria. C’è un importante partecipazione dei servizi segreti italiani e stranieri, soprattutto americani. E viene fatta luce sugli esecutori concreti degli attentati, che sono gli ambienti neofascisti e neonazisti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e degli altri piccoli gruppi che ruotano attorno a loro.

Riannodare i fili del periodo più buio della nostra storia recente vuol dire sollecitare l’attenzione rispetto alle dinamiche reazionarie ancora ben presenti, oggi mascherate in partiti che, insieme a sovranisti e populisti, palesemente invocano orientamenti fascisti, razzisti, sessisti. Un importante lavoro in questo senso è il progetto www.memoriattiva.it ideato dal giornalista Andrea Palladino e dalla giornalista Antonella Barranca. Memoriattiva è un database avanzato che vuole raccogliere e rendere disponibile a tutti documentazione sulla destra radicale proveniente da diverse fonti, in particolare sentenze che riguardano il periodo della stagione delle stragi e documenti di istituti di ricerca.


Passeggiata in quartiere per l’ex caserma Mazzoni Bene Comune

Posted: Giugno 14th, 2020 | Author: | Filed under: Iniziative | Tags: , , , , | Commenti disabilitati su Passeggiata in quartiere per l’ex caserma Mazzoni Bene Comune

Domenica 21 giugno alle 10.30 ritrovo alla Lunetta Gamberini lato via degli Orti

Passeggiata in quartiere per percorrere il perimetro dell’ex caserma Mazzoni per rivendicare che non vogliamo altro cemento in città, ma alberi, zone verdi e servizi territoriali per tutt*.

 


Il virus nero

Posted: Giugno 13th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su Il virus nero

Un’intervista ad Andrea Palladino, giornalista e consulente della puntata di Report andata in onda il 27 aprile 2020

È la terza volta che ci vediamo dopo aver presentato il tuo libro  “Europa Identitaria” a maggio dell’anno scorso e la presentazione, a settembre, de “I demoni di Salvini” insieme con l’autore Claudio Gatti. Adesso ti abbiamo chiesto di fare una chiacchierata a  seguito della puntata di Report della scorsa settimana dal titolo piuttosto chiaro “Il virus nero” su Forza Nuova e i fascisti italiani di Forza Nuova emigrati in Gran Bretagna, esuli, come dicono loro, in realtà latitanti come sappiamo. Sicuramente la figura centrale è ancora una volta quella di Roberto Fiore. Come prima domanda ti chiedo un po’ di parlarci di lui, “esule” in Inghilterra, in realtà tranquillo latitante come altri militanti di Forza Nuova. Chi è Fiore lo sappiamo, ma come ha fatto i soldi, come ha fatto a restare in Inghilterra del tutto indisturbato?
Una frase che mi ha colpito nella sua intervista a Report è “c’è una sola spiegazione, l’aiuto di Dio”, Fiore risponde così alla domanda sulle sue fonti di finanziamento. Invece?

Dice anche “Inchinatevi alla genialità”… Invece è una storia complicata che continua ad avere dei punti poco chiari. Partiamo dalla spiegazione ufficiale che fornisce Roberto Fiore  e cioè che lui arriva da latitante in Inghilterra,  inizialmente fa dei lavoretti, come ad esempio cameriere e autista di minicab. Poi decide di aprire un’impresa insieme con Massimo Morsello, che non era un latitante di Terza Posizione, ma dei Nar. Secondo il racconto di Fiore si conoscono in Inghilterra e decidono di aprire la Meeting Point con capitale iniziale di 2.000 sterline, 1.500 messe da Morsello e 500, a prestito da Morsello, messe da Fiore. Questa è la versione ufficiale che fornisce Fiore, che dice anche di aver ricevuto successivamente l’aiuto da parte di una serie di imprenditori, di cui non fornisce i nomi. Il settore d’affari era l’organizzazione e la vendita di pacchetti di corsi di lingua, camere in affitto e lavoretti per gli studenti che andavano a Londra.
Questa è la storiella bella che viene raccontata; ha alcuni punti che andrebbero ulteriormente approfonditi. Il primo è che è difficile pensare che un latitante, anzi due, Morsello e Fiore – a detta loro latitanti solo per la giustizia italiana e non per quella inglese – che non potevano entrare in nessun paese europeo perché soggetti a mandato di cattura, potessero avere una serie di agganci nel mondo degli affari. Il loro mercato era sì in Inghilterra, ma avevano rapporti necessariamente con l’Italia da cui venivano appunto i clienti.

Su questo punto ci sono difficoltà oggettive per riuscire oggi a ricostruire puntualmente i fatti. Prima di tutto ricordiamoci che l’Inghilterra è un paradiso societario, le companies, cioè le società inglesi, non hanno quella legislazione rigorosa che può esserci in Italia o in altri paesi. E’ difficile quindi ripercorrere a ritroso le storie societarie e gli affari di qualsiasi impresa in Inghilterra, non solo quella di Fiore e Morsello.
C’è poi anche un altro filone molto interessante che è quello dei trust, le cosiddette charities, fondazioni teoricamente a scopo benefico. Fiore ne apre direttamente una, la Saint George Educational Trust, e ha tutta una serie di contatti e di incroci con un’altra fondazione, la Saint Michael Arcangel Trust. Queste due sigle erano un po’ il motore politico dell’attività di Fiore. Soprattutto la prima diventa il punto di riferimento di un ambiente politico di estrema destra che si sviluppa in Inghilterra a partire dal 1980-1981, quando arrivano Fiore, Morsello e altri latitanti di estrema destra dall’Italia, che partecipano a un ribaltamento del National Front, il principale partito di estrema destra inglese. Contribuiscono a rinnovare la destra estrema inglese con un taglio più cattolico integralista formando un’organizzazione che si chiamava Terza Posizione Internazionale (International Third Position) insieme ad alcuni esponenti del National Front e di altre formazioni.
Il centro geografico di questo gruppo è una residenza di campagna molto bella e imponente, anche se oggi un po’ diroccata, la Forest House, ad una sessantina di chilometri da Londra, di proprietà all’epoca di Rosine de Bounevialle, una signora molto nota nell’estrema destra inglese. Lei passa materialmente il testimone al gruppo di Fiore e Morsello, non solo simbolicamente, ma anche concretamente cedendo quella grossa tenuta alla Saint George Educational Trust. Cosa abbiano fatto in realtà queste due charities anche qui non è facilissimo capirlo, tant’è che nel 2000-2001 l’organismo pubblico che sovraintende alle charities in Inghilterra aprì un’inchiesta, chiusa dopo un anno di istruttoria, in cui ipotizzava uno scambio, un passaggio di fondi tra la Meeting Point e almeno uno dei due Trust, chiedendo informazioni sul villaggio di Los Pedriches in Spagna vicino a Valencia, acquistato dal Saint Michael Arcangel Trust per realizzare una sorta di villaggio nero, un villaggio neofascista in Spagna.

È importante anche notare che Fiore e Morsello non sono stati gli unici latitanti di estrema destra che hanno fatto fortuna in Inghilterra, ci sono almeno altri due nomi importanti che sono Stefano Tiraboschi, oggi un importante imprenditore nel campo della ristorazione proprietario di due o tre ristoranti nella zona di Notting Hill, zona molto in di Londra e Vittorio Spadavecchia, imprenditore nel campo immobiliare e tutt’oggi latitante per la giustizia italiana. In passato si provò a chiedere l’estradizione, ma venne negata dalle autorità inglesi come avvenne per Fiore. E’ qui interessante ricordare le parole del Ministro della Giustizia Bonafede che all’arrivo di Battisti estradato in Italia, affermò che “in Italia non c’è scampo per i terroristi, li acchiappiamo ovunque loro siano”. Nel caso dei latitanti di destra l’affermazione di Bonafede non è valida e sarebbe interessante capire se c’è interesse o meno nel catturare anche questi latitanti…
Tutti i latitanti di estrema destra che sono andati in Inghilterra hanno avuto una certa fortuna, a partire da Saccucci, Clemente Graziani, sono molti quelli che fin dagli anni 70 scappavano in Inghilterra dove avevano sostanzialmente delle coperture e difficilmente venivano poi catturati e riportati in patria, salvo qualche caso più eclatante di terroristi che avevano delle accuse di omicidio.
L’altro aspetto interessante che abbiamo mostrato io e Giorgio Mottola, autore del servizio di Report, è che cos’era la Meeting Point, lo snodo fondamentale anche dopo gli anni 80, che da una parte aveva un giro di affari importante, con cui erano arrivati a gestire duemila posti letto a Londra, ad avere 60/70 dipendenti, una ventina di sedi e di agenzie in altri paesi europei e diversi miliardi di lire di fatturato, dall’altra non era solamente un’azienda, ma aveva anche un ruolo politico importante. Innanzitutto è stata la cassaforte che ha finanziato la creazione di Forza Nuova fin dalla sua fase preparatoria alla fine degli anni 90. Come racconta Perrone, ex militante di Forza Nuova, che veniva stipendiato direttamente da Meeting Point per fare attività politica e per finanziare la creazione di cellule che, dal nome delle unità fondamentali della Guardia di Ferro di Codreanu (modello della estrema destra fascista europea), chiamavano Cuib, come le cellule territoriali di Terza Posizione. Lo stesso nome viene utilizzato negli anni 90 per la fondazione di Forza Nuova, ricordiamo che sugli striscioni allora si vedeva Cuib e il nome della città; è quindi chiaro che l’attività politica di quel partito dichiaratamente neofascista di estrema destra italiano viene finanziata dalla Meeting Point.
Ma non solo. La procura di Milano, durante una delle tante istruttorie per piazza Fontana, quando in quel momento era indagato Delfo Zorzi, appartenente a Ordine Nuovo Veneto, decise di intercettare Massimo Morsello. Alcune utenze telefoniche basate in Svizzera appartenenti ad  una società collegata a Delfo Zorzi erano utilizzate da Paolo Giachini, un avvocato romano in contatto a sua volta con l’esponente di ON. Dall’analisi dei tabulati la procura di Milano scopre che c’erano contatti telefonici tra questa utenza telefonica svizzera di Giachini e Massimo Morsello. Da quanto si legge sulle carte dell’indagine milanese del 1997, i magistrati hanno ipotizzato che la Meeting Point fosse una sorta di Internazionale Nera, fornendo una copertura logistica ad almeno tre importanti esponenti dell’estremismo di destra e del terrorismo nero. Parliamo di Angelo Angeli, detto il Bombardiere Nero, che aveva contatti telefonici con Morsello quando stava in Inghilterra – ricordiamo che Angeli fu accusato dello stupro di Franca Rame – c’era poi Pasquale Belsito, importante esponente dei Nar e Kapplerino, ovvero Elio Di Scala, altro esponente neofascista. La procura di Milano scriveva nella richiesta di intercettazioni che in questi tre casi potessero essere il sintomo dell’esistenza di una sorta di struttura tipo Odessa, la sigla di supporto ai gerarchi nazisti che fuggivano dalla Germania. Dalle intercettazioni fatte all’epoca a Morsello appaiono inoltre scambi di soldi importanti tra esponenti dell’estremismo neofascista italiano; si parla di persone legate a Franco Freda, che doveva difendersi in un processo a Milano. Si accenna poi ad altri soldi che vanno a Paolo Giachini in maniera non sempre trasparente, chiedendo, ad esempio, di non intestare l’assegno al proprio nome, oppure di fare assegni di una certa cifra in maniera tale che non fossero registrati.

Quindi Meeting Point non era soltanto un’impresa che si occupava di corsi di lingua, ma uno snodo politico dell’estremismo di destra neofascista europeo di una certa importanza, oltre ad aver avuto un ruolo fondamentale nella creazione di Forza Nuova.

Sempre sulla Meeting Point. Se non sbaglio Perrone nella sua intervista a un certo punto racconta che era in ascensore a Londra nel palazzo della Meeting Pont, sbaglia piano e arriva nella sede di una polizia speciale inglese che si trovava proprio sopra la Meeting Point. Dalle carte cosa si riesce a capire dei rapporti tra la Meeting Point e i servizi segreti inglesi?

L’unico documento ufficiale è la relazione molto stringata di una commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo del 1991 dove Roberto Fiore viene indicato come agente o quanto meno organico alla MI6. Fiore ha sempre smentito, dicendo che erano fandonie nate dalla stampa militante inglese tipo Searchlight. Di sicuro Fiore in Inghilterra non ha mai avuto difficoltà  o indagini particolari, si è sempre comportato bene, non ha compiuto nessun reato – è quanto lui sostiene. Senza ombra di dubbio, però, è stato un motore propulsivo dell’estremismo di destra e forse meritava un approfondimento. Quello che alla fine sostiene Perrone è che in fondo Fiore riesce sempre a cavarsela e questo fa sorgere anche dei sospetti.

Arriviamo all’entrata in gioco di due personaggi fondamentali che appaiono nella puntata di Report, uno sicuramente è Raymond Hill e la Lega di San Giorgio e l’altro è Enrico Maselli, citato dallo stesso Raymond Hill,  non l’Enrico Tomaselli che entra nelle carte sulla strage di Bologna. Qual è il ruolo di Hill e Maselli?  E lo scambio di nome Maselli/Tomaselli è stata solo una coincidenza, una casualità o siamo davanti a un altro dei tanti depistaggi?

Raymond Hill è un inglese che nasce e cresce a Leicester, vicino a Manchester, negli anni 60. C’è un libro molto interessante che lui ha scritto, The Other Face of Terror, in cui parla anche della sua infanzia, utile a capire bene la sua figura. Racconta che agli inizi degli anni 60, nel periodo della prima migrazione dall’India all’Inghilterra, nei suburbi inglesi si sviluppa un forte razzismo. Hill si avvicina a gruppi apertamente nazisti proprio attraverso questo tema. Questo è un punto interessantissimo perché ci porta direttamente all’oggi: il razzismo dell’estremismo di destra in Europa dura da almeno 60 anni. Certe tesi di sostituzione etnica, degli stranieri che rubano il lavoro, baggianate di questo tipo che oggi riempiono i social e sono il cavallo di battaglia di alcune organizzazioni politiche, esistevano già all’epoca. Hill si trasferisce poi in Sudafrica alla ricerca di lavoro;  era l’epoca della cosiddetta Africa bianca, dove il Sudafrica e la Rhodesia erano due paesi cari all’estremismo di destra a livello europeo tant’è che riceveranno numerosi mercenari nazifascisti per combattere a difesa dei governi dell’apartheid. In Sudafrica Hill conosce altri esponenti del National Front, importante organizzazione dell’estrema destra inglese, che nel paese africano apre proprio una filiale. Inizia così a fare politica. C’è un passaggio importante  nel libro di Hill, dove racconta che a un certo punto si crea una sorta di unione, un’alleanza tra il National Front sudafricano, ma di origine inglese, e un’organizzazione che si chiamava Unido, formata da italiani, imprenditori, ingegneri, personaggi di un certo livello, tutti rigorosamente dell’estrema destra legati soprattutto a Ordine Nuovo. C’era una rivista, Noi Europa, che veniva stampata a Johannesburg ed era promossa da due figure importanti:  Miliello, editore della rivista, che ospitava anche scritti di Mario Tuti, con in copertina l’ascia bipenne di Ordine Nuovo ed aveva un collegamento diretto con un’altra rivista italiana Quex, nata all’interno del carcere. L’altra importante figura era Max Bollo, in Sudafrica da circa vent’anni, che si occupava sostanzialmente di arringare le folle con discorsi che si richiamavano alla Germania nazista. Hill prende contatti con questi gruppi di italiani, in particolare con Max Bollo, e quando sul finire degli anni 70 torna Inghilterra, Max Bollo lo cerca per informarlo che sarebbe stato contattato da un camerata, tale Enrico Maselli. Enrico Maselli, tra il marzo e aprile 1980, come lui stesso riconosce, va in Inghilterra, incontra Hill due volte e, secondo Hill, gli dice che stanno per fare azioni importanti in Italia e che hanno bisogno di un aiuto per far fuggire un gruppo di neofascisti. La cosa inquietante è che questo avviene qualche mese prima della strage di Bologna. Hill dice che Maselli non ha mai fatto riferimenti alla strage di Bologna, ma che quando è scoppiata la bomba il 2 agosto del 1980 ha capito che quella era la “cosa importante” a cui si riferiva Maselli. Questo è quanto riferisce Hill. C’ è un altro passaggio che verrà pubblicato anche su Searchlight in cui si capisce che Hill ha ricevuto anche una lettera da Maselli. A questo punto siamo andati a trovare Enrico Maselli e gli abbiamo chiesto se ricordava l’incontro con Hill. Maselli ha dimostrato una memoria straordinaria, ha individuato immediatamente la persona, il luogo dell’incontro, Leicester, e il momento in cui è avvenuto, aprile 1980. Conferma quindi che l’incontro c’era stato, ma sostiene che non hanno parlato né della strage di Bologna, né di far fuggire delle persone, né tantomeno di quello che sarebbe avvenuto di lì a poco in Italia. Non ci ha detto però di cosa hanno parlato. Dal racconto di Maselli sembrava essere stato un incontro fortuito, ma è curioso però come a 40 anni di distanza ne ricordasse perfettamente tutti i dettagli. E’ importante sottolineare che Maselli a sua volta era legato proprio a quel gruppo sudafricano a cui abbiamo accennato prima,  era stato in Sudafrica e conosceva il gruppo di italiani neofascisti che stavano lì, che saranno condannati, tra l’altro, per atti terroristici contro alcune istituzioni che stavano iniziando di bloccare l’apartheid, siamo negli 1979-1980. Al gruppo, formato soprattutto da italiani, che si chiamava Wit Kommando, Commando Bianco, verrà sequestrato un importante arsenale. Maselli aveva contatti con questo gruppo, anche se afferma che fosse solo a titolo di conoscenza personale e non per ragioni politiche.

Usciamo un po’ da questo tema e andiamo su un aspetto più recente e di estrema attualità. Abbiamo visto da varie fonti che tutti i sovranismi europei sicuramente, ma anche forse internazionali pensando agli Stati Uniti e la Russia, hanno un rapporto strano e particolare col Covid-19. Da un lato abbiamo i sondaggi che parlano di un crollo dei sovranisti in tutto il mondo, la Lega di Salvini sembra che continui a perdere punti, Trump stesso pare non passarsela bene negli Stati Uniti, dall’altra abbiamo loro che continuano a fare propaganda utilizzando quello che è il loro cavallo di battaglia in campo comunicativo, cioè le fake news. Che idea ti sei fatto sul rapporto di questi movimenti col Covid-19?

Io starei un attimo cauto sul fatto che il sovranismo sia in calo, è vero i sondaggi mostrano che Salvini, Trump, lo stesso Bolsonaro sono in forte difficoltà. Teniamo conto che Boris Johnson, Trump e Bolsonaro sono i negazionisti della pandemia della prima ora e hanno sempre rappresentato gli interessi del grosso capitale e quindi difendono chi non vuole chiudere, sappiamo che Confindustria ha fatto molta resistenza nel nord contro il lockdown: penso quindi siamo di fronte banalmente alla difesa di interessi di cortile più bassi. Però differente è il discorso su quanto possa prendere piede l’estremismo di destra,  non chiamiamolo più sovranismo, ma proprio l’estremismo di destra populista alla Casapound e alla Forza Nuova nel momento di crisi sistemica. Casapound è l’unico movimento politico oggi in Italia a essere in piazza, ormai da più di un mese. Stanno utilizzando l’assistenza e quindi la distribuzione dei pacchi alimentari con scritto sopra, in maniera becera, “prima gli italiani”, facendosi selfie da postare. E’ evidente che è propaganda politica e non interesse per le povertà, ma questo consente alle formazioni più strutturate di estrema destra di continuare ad avere presenza territoriale e di cominciare ad allacciare rapporti con le fasce più in difficoltà che, col proseguire della crisi economica, potrebbero anche dare vita a forme di rivolta. E quindi essere in pole position è il loro obiettivo politico in questo momento.

C’è poi la propaganda basata su fatti manipolati. E’ ovvio che in una situazione di difficoltà e di crisi profonda come questa il complottismo ha sempre attecchito storicamente, trovare il nemico, trovare la causa del tuo male, è qualcosa che politicamente ha sempre dato i suoi frutti. Basta vedere il volantino che ha fatto Casapound per le manifestazioni delle mascherine tricolori: si parla della dittatura sanitaria, del “ci vogliono mantenere in questo stato”, si dice che c’è un complotto mondiale in cui dentro ci sono l’OMS, Bill Gates, – perché adesso non va più di moda Soros, ma va di moda Bill Gates –  poi si mischiano anche 5G, novax,  ecc., in una nebulosa che l’estrema destra cerca di monopolizzare dal punto di vista dell’egemonia politica di quell’area  e di creare una massa che sia utile poi per una scalata al consenso e sui territori.  In realtà, quindi, la destra è molto attiva dal punto di vista politico su diversi livelli, non è solamente sui social, ma sta puntando anche a una presenza militante nei quartieri e nelle strade. A me risulta che anche realtà di sinistra e i centri sociali facciano la stessa cosa verso persone che si trovano in difficoltà, ma non lo fanno come attività politica, senza una rivendicazione politica dell’aiuto alimentare, cosa che invece è diventata uno strumento politico da parte della destra. Ci sono foto di esponenti di Casapound che distribuiscono i pacchi insieme alla Protezione civile. Ci sono associazioni come quella di Luigi Ciavardini, che a Bologna conoscete molto bene per i suoi legami con la strage del 2 agosto, anch’essa attiva nella distribuzione di pacchi alimentari, ci sono addirittura delle fotografie che mostrano la sua associazione distribuire pacchi della Roma Calcio. C’è una forte attività quindi da questo punto di vista che va seguita e capita e monitorata perché, non dimentichiamolo mai, sono organizzazioni apertamente neofasciste e quindi un pericolo per la democrazia.


Avanti Antifa!

Posted: Giugno 2nd, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , | Commenti disabilitati su Avanti Antifa!

Dagli Stati Uniti rimbalzano le notizie di una sollevazione generale senza uguali, dopo la morte di George Floyd per mano poliziotta.

Si fatica a stare dietro agli eventi: centinaia sono le città con cortei, decine quelle dove è imposto il coprifuoco. Se a Minneapolis tredicimila uomini della guardia nazionale starebbero riuscendo a reprimere violentemente la rivolta, altre città si infiammano.

Trump, che minacciava di di sguinzagliare “the most vicious dogs” e i migliori uomini dell’Fbi contro i manifestanti che circondavano la Casa Bianca si è dovuto nascondere nel bunker sotterraneo e da lì via Twitter incitare i suoi alla risposta armata.


Quella in corso negli Stati Uniti è una sollevazione, violenta e nonviolenta, afroamericana e non: profondamente condivisa. Una protesta radicale contro il ripetersi di omicidi di afroamericani da parte delle forze dell’ordine e contro una profonda discriminazione sociale che la pandemia ha ulteriormente accentuato. Un’epidemia che Trump ha negato, quindi ignorato, poi minimizzato in nome dell’imperativo economico, col risultato che degli oltre 100.000 morti che il virus ha provocato gran parte sono neri o ispanici. Una pandemia che colpisce in maniera ineguale in tutti i sensi, che sta condannando quaranta milioni di persone a rimanere senza lavoro e che si sta abbattendo con particolare forza su quelle masse afroamericane che da inizio degli anni Ottanta a oggi hanno visto peggiorare le proprie condizioni di vita.

Come a Watts nel 1965, a Newark e a Detroit nel 1967, a Miami nel 1980, a Los Angeles nel 1992, a Ferguson nel 2015, come e più di allora la comunità afroamericana e i solidali reclamano la fine del razzismo e la giustizia sociale. Ancora una volta “senza illusioni”. Perché la lotta per l’emancipazione e contro il razzismo non sarà mai finita.

Ma oggi il tiranno, il campione del darwinismo sociale e del capitalismo, è nel bunker, e la strada per la giustizia sembra aprirsi.

“Non c’è bisogno di essere neri per sentirsi oltraggiati da questo omicidio” recitava un cartello nelle proteste.

“Volete vivere comodamente e trattarci come animali?”, chiedeva una donna davanti a un commissariato di Minneapolis in fiamme.

Quel ginocchio sul collo di Floyd è un ginocchio sul collo di tutti noi. Vogliamo cominciare a respirare insieme.

Al fianco dei fratelli che occupano le strade.


Peccato che al coronavirus non possiamo sparare, altrimenti avremmo già vinto!

Posted: Giugno 2nd, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , | Commenti disabilitati su Peccato che al coronavirus non possiamo sparare, altrimenti avremmo già vinto!

In un paese, il nostro, in cui è presente una sola azienda che produce ventilatori polmonari, ma 231 che fabbricano armi, la retorica della guerra al Covid-19 ha trovato linfa adatta di cui alimentarsi. E, non appena identificato a Codogno il paziente 1 affetto da coronavirus, il linguaggio mainstream è immediatamente entrato in guerra. L’Italia, come tutti gli altri Stati, ha dichiarato “guerra al Covid19”, “nemico” invisibile da combattere, le terapie intensive sono diventate “trincee” dove medici e infermieri lavoravano ininterrottamente, l’approvvigionamento di mascherine è stato trasformato in “economia di guerra”, qualcuno ha paventato che fosse necessario un cambio di mentalità “come in tempi di guerra” e per la fase 3 da più parti si parla di “ricostruzione”  e di “dopoguerra” come nelle situazioni post belliche.

E, come in tutti gli scenari bellici che si rispettino, il lockdown globale non ha arrestato la produzione e il commercio di armamenti, considerati “beni di apicale importanza”. Non si è arrestata a Cameri la linea di  produzione dei cacciabombardieri nucleari del programma F35 della Lockheed Martin; non ha fermato la produzione destinata all’export bellico la Beretta, pur convertendo, più per pubblicità che altro, alcune stampanti alla produzione di valvole in 3D per le terapie intensive. Non si sono fermati i traffici internazionali di materiale bellico destinato alle guerre sporche, come ci hanno mostrato i portuali di Genova che hanno bloccato lo scarico della nave saudita con nella stiva decine di blindati Hercules di fabbricazione statunitense diretti verso le guerre in Medio Oriente.

Tutte le maggiori industrie di armi dei gruppi Leonardo e Fincantieri sono a partecipazione statale, ma di fronte a un’emergenza di proporzioni mai viste nessuna linea di produzione di materiale bellico è stata riconvertita per la realizzazione di materiale sanitario; d’altro canto nel corso degli anni abbiamo visto come l’aumento delle spese militari sia sempre stato proporzionale alla diminuzione delle spese per la sanità e il welfare.

La spesa militare italiana, aumentata di oltre il 6% rispetto al 2019 ha superato i 26 miliardi di euro su base annua, equivalenti a una media di 72 milioni di euro al giorno. Ma, in base all’impegno preso dal nostro paese nella Nato, essa dovrà continuare a crescere fino a raggiungere una media di circa 100 milioni di euro al giorno, mentre occorreranno enormi risorse per affrontare le conseguenze sociali ed economiche della crisi del coronavirus a partire dalla disoccupazione.

Il Covid-19, tra le mille contraddizioni del nostro vivere che ha messo in evidenza, ci ha sbattuto in faccia una verità: non sono le armi e gli strumenti militari a garantire la sicurezza, che deve essere invece realizzata attraverso tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’istruzione e l’ambiente.

Se il coronavirus quest’anno ci risparmia le parate terrene del 2 giugno con cui lo stato ogni anno celebra se stesso trasformando la nascita della repubblica nella festa delle forze armate, la retorica patriottica solca comunque i cieli con le Frecce Tricolori che sorvolano per cinque giorni su tutto il paese, a partire dalle aree più colpite dalla pandemia, per dare un segno di “ripresa”.

Le piazze del 2 giugno sono state “prenotate” della destra italiana con le loro mascherine tricolori. La festa della repubblica, a dispetto di chi ha combattuto per renderla vera, è sempre stata appannaggio della destra italiana sia essa istituzionale (forze armate, presidenza della repubblica, capi di stato e di governo) che eversiva (nazionalisti di ogni risma ai quali si sono uniti negli ultimi anni gli autonomisti padani). A noi, gli antimilitaristi, gli antifascisti, i pacifisti, gli ecologisti, è sempre stato assegnato il retro-palco: scortati (se non attaccati) dalla polizia.

Non c’è nulla da riprendere: c’è da far sentire il dissenso nei confronti un modello di sviluppo che privilegia l’economia alla salute e affermare ancora una volta che possiamo fermare le guerre solo eliminando gli stati nazionali, le frontiere, gli eserciti e con la riconversione della spesa militare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ex caserma Mazzoni: un progetto insostenibile

Posted: Maggio 31st, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , | Commenti disabilitati su Ex caserma Mazzoni: un progetto insostenibile

195 nuovi appartamenti,  un centro direzionale commerciale, 20 appartamenti in social housing, una scuola secondaria, la trasformazione di via delle Armi a doppio senso, l’abbattimento di 101 alberi, il passaggio previsto di 1085 veicoli al giorno: questo è l’avveniristico progetto di riqualificazione dell’ex caserma Mazzoni pensato dallo Studio Tasca (lo stesso dell’altrettanto avveniristica e incompiuta Trilogia del Navile) e fatto proprio dall’amministrazione comunale.  La proprietà dell’area (“bene comune”) è ora di CDP Investment SGR che sta per Cassa Depositi  e Presiti – Società Gestione Risparmio.

I dati del 2019 parlano di 7000 appartamenti sfitti a Bologna, che salgono a 12.000 se si considera tutto il territorio provinciale: non c’è nessuna necessità, quindi, di nuovi alloggi; il progetto, fatto senza nessuna pianificazione urbana, intesa come lavoro di valutazione delle reali esigenze, è sostanzialmente un’enorme speculazione immobiliare, che non tiene minimamente conto del contesto in cui viene calata.

Tra le infinite parole sprecate per “vendere” il progetto, si dice tra l’altro che si tratta di una nuova opera architettonica, ma, se prendiamo per buona questa affermazione, a maggior ragione va recuperata la nozione di “contesto” come fatto culturale per la costruzione dell’architettura e l’idea di “relazione” che il progetto dovrebbe istituire con la realtà circostante in termini di modifica e di interazione.

L’aumento stratosferico di  mobilità privata, i nuovi  consumi energetici e di produzione di CO2 delle nuove torri di otto piani, le nuove sovraesposizioni di particolato atmosferico inquinante, non sono certo fattori di interazione con il contesto, bensì elementi di deturpazione ambientale e urbana, di aggravamento dell’inquinamento atmosferico e acustico, di nuovo consumo del suolo e di oggettivo aumento della rendita parassitaria fondiaria, fenomeno costitutivo del DNA della speculazione immobiliare.
Nessun punto di contatto quindi con quell’idea di urbanistica come capacità di porsi in relazione per comprendere, criticare e trasformare in “architettura” proprio il mondo reale delle cose, partendo dal recupero e dal riuso dell’esistente.

Ci viene in soccorso il sociologo urbanista Henri Lefebvre, che nel suo “Il diritto alla città” (Ombre Corte, 2014) ci ricorda come questo diritto corrisponda alla possibilità di sperimentare una vita urbana alternativa alle logiche di accumulazione del capitale. “Il diritto alla città si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera, cioè all’attività partecipante, e il diritto alla fruizione, ben diverso dal diritto alla proprietà, sono impliciti nel diritto alla città”. L’esercizio di tale diritto passa attraverso la rottura dei meccanismi di omologazione della vita quotidiana e una riappropriazione dei tempi e degli spazi del vivere urbano, che richiede una nuova configurazione delle relazioni sociali, politiche ed economiche. “Il nostro principale compito politico – scrive Lefebvre – consiste allora nell’immaginare e ricostruire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente”. Come definire se non mostruoso un piano che prevede l’edificazione di 94.000 mc di cemento armato, tutto in verticale, articolato in sette torri di otto piani ciascuna in uno spazio di quattro ettari, disboscato di un centinaio di alberi quasi secolari, di cui solo nove in cattive condizioni fitosanitarie?

Un’ultima riflessione riguarda i rischi di infiltrazioni mafiose nell’esecuzione del progetto. E’ noto con quale facilità la criminalità organizzata entri nelle realizzazioni edilizie attraverso i collaudati meccanismi dei subappalti e subaffidamenti di ogni genere e con subcontratti di forniture di materiali, attività di movimento terra, guardiania di cantiere e trasferimento in discarica dei materiali. Per la realizzazione del comparto è indubbio che occorrano ingenti capitali e fior fior di fidejussioni a garanzia: solo chi ha abbondanza di capitali da riciclare come le mafie potrebbe sedersi al tavolo dell’abbuffata, soprattutto in una fase di crisi economica come questa conseguente alla pandemia, che ha reso ancor più insostenibile il progetto.

L’ex caserma Mazzoni è un bene che appartiene alla collettività e alla collettività va restituito: vogliamo che ci sia il riutilizzo delle strutture esistenti per la creazione di servizi pubblici di quartiere, scolastici, civici e sanitari, che rappresentano la reale necessità sul territorio. Un esempio su tutti: il poliambulatorio Mazzacorati, unico presidio sanitario in zona, è ospitato da una struttura estremamente datata, inadatta a garantire oggi un’adeguata ed efficiente medicina territoriale. Vogliamo un’area verde pubblica, più alberi e piste ciclabili, zero cemento e nessun incremento del traffico in quartiere.

Quando la città si dissolve nella metamorfosi planetaria  (Henri Lefebvre)


Piazza della Loggia, 28 maggio 1974

Posted: Maggio 28th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , | Commenti disabilitati su Piazza della Loggia, 28 maggio 1974

Il Freccianera 5040, partito da Milano il 12 dicembre 1969 per arrivare a Bologna il 2 agosto 1980, ha fatto tappa a Brescia martedì 28 maggio 1974. Arrivo puntuale alle 10.12 in un cestino della spazzatura posizionato sotto gli archi di piazza della Loggia quand’era in corso una manifestazione indetta dal “Comitato permanente antifascista” per protestare contro una serie di episodi di violenza di matrice fascista avvenuti nella zona negli ultimi due anni.  Una potente esplosione lacera un cielo già plumbeo di pioggia: otto persone muoiono, più di cento rimangono ferite.

Nei primi mesi del 1974 l’atmosfera a Brescia, come in tutto il paese, non era per nulla serena, segnata dal clima pesante delle forti tensioni sociali. In città furono ritrovate diverse bombe di esplicita marca fascista e solo pochi giorni prima, nella notte tra il 18 e il 19 maggio, uno studente di estrema destra, Silvio Ferrari, era morto in seguito all’esplosione di un ordigno da lui stesso trasportato sul suo motorino, non è chiaro se per sua imprudenza, per un difetto tecnico dell’ordigno, o per precisa volontà di chi gliel’aveva consegnata. In quel mese di maggio, inoltre, Brescia era al centro dell’attenzione perché dal suo tribunale era partita l’inchiesta contro il MAR Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli.  In quel periodo l’Italia era scossa dal susseguirsi degli attentati di matrice fascista a sugellare quella strategia eversiva volta a creare nella popolazione uno stato di tensione e paura tale da giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario: 1970 strage di Gioia Tauro, 1972 strage di Peteano, 1973 strage alla Questura di Milano. Pochi  mesi dopo, nell’agosto 1974, sarebbe stata la volta della strage dell’Italicus.

Come per tutte le stragi fasciste che hanno insanguinato il nostro paese, anche per quella di piazza della Loggia subito dopo l’attentato ebbe inizio la danza dei depistaggi, aperta con un coup de théatre del vice questore Aniello Diamare che dispose il lavaggio della piazza da parte degli idranti dei vigili del fuoco per “evitare la vista del sangue e lo sgomento che tale spettacolo rinnova nei cittadini”. L’acqua lavò via ogni possibile indizio. Una sconcertante operazione di pulizia, che consentì ad Aniello Diamare la promozione a questore, e che aprì la lunga serie di circostanze che nel corso delle indagini hanno evidenziato il coinvolgimento dei servizi segreti e di apparati dello Stato nella vicenda.

La prima indagine avviata si concluse nel 1979 con la condanna di alcuni esponenti dell’estrema destra bresciana, ma nel 1982 nel giudizio di secondo grado le condanne vennero commutate in assoluzioni, che vennero a loro volta confermate nel 1985 dalla Corte di cassazione.
Nel 1984, a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti, si aprì un secondo filone di indagine contro alcuni rappresentanti della destra eversiva. Ma anche qui gli imputati furono assolti in primo grado per insufficienza di prove e prosciolti in appello con formula piena. Si aprì una terza istruttoria che rinviò a giudizio i sei imputati principali: Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte (esponenti di spicco di Ordine Nuovo) Pino Rauti, Francesco Delfino e Giovanni Manfredi: nel 2010 la Corte d’Assise emise la sentenza di primo grado con cui assolveva tutti gli imputati, due anni dopo la sentenza venne confermata in appello. Nel 2014 la Corte di Cassazione annullò le assoluzioni di Maggi e Tramonte (ex fonte “Tritone” dei servizi segreti) contro cui venne aperto un nuovo processo d’appello che nel 2015 li condannò all’ergastolo, condanna definitivamente confermata dalla Cassazione nel 2017.

Dopo 43 anni, quindi, e sempre in maniera insufficiente per quanto riguarda il ruolo degli apparti dello Stato e dei servizi segreti italiani e statunitensi e della Nato, anche la magistratura stabilisce la matrice fascista della strage . “Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa”, si legge nella sentenza. Il che di fatto delinea perfettamente l’intreccio di interessi e  protagonisti delle stragi che hanno segnato la storia recente del nostro paese: ci sono settori delle forze armate, settori delle forze dell’ordine, buona parte dei carabinieri, settori della politica, della massoneria e dell’imprenditoria. C’è un importante partecipazione dei servizi segreti italiani e stranieri, soprattutto americani. E viene fatta luce sugli esecutori concreti degli attentati, che sono gli ambienti neofascisti e neonazisti di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale e degli altri piccoli gruppi che ruotano attorno a loro.


Vietato chiedere elemosina!

Posted: Maggio 7th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , | Commenti disabilitati su Vietato chiedere elemosina!

La crisi in atto, legata alla pandemia, ha fatto emergere certamente nuove solidarietà e riattivato energie che, troppo spesso, negli ultimi anni parevano sopite. Però ha messo in luce anche l’inadeguatezza a gestire la situazione di tanti solerti funzionari, alla cui discrezione è stata lasciata l’applicazione di norme spesso confuse e poco chiare.

A pagare le conseguenze di una rigidità fuori luogo è stata ieri mattina una signora, solita sostare in via Murri dove chiede qualche spiccio e soprattutto qualcosa da mangiare. I vigili urbani la hanno multata perché stava “arrecando disturbo ai passanti, sedendosi per terra e occupando suolo pubblico”.

Mentre le aziende continuavano a produrre, facendosi beffe delle norme che imponevano la chiusura, anche quando il contagio ha toccato i picchi, divenendone luoghi di trasmissione, spesso, a essere colpiti da atteggiamenti repressivi sono stati gli ultimi, coloro che non avevano altro modo per sopravvivere se non uscire, nonostante i rischi. Come è accaduto ieri mattina.

Ringraziamo i compagni dell’associazione Ya Basta, che, grazie a un volontario delle “Staffette alimentari partigiane” che si trovava a passare, hanno denunciato e fotografato l’episodio, perché sono fatti come questo che mettono a rischio e potrebbero vanificare il lavoro di tanti solidali, che si sono attivati in città per aiutare chi, più di altri, sta pagando le conseguenze della crisi in atto.

Abusi e azioni repressive non solo sono inutili, ma portano alla costruzione di una società autoritaria che disprezza i più deboli. E noi, a questo modello di società, ci opporremo sempre. Anche denunciando episodi come questo.


Portella della Ginestra fu una strage di Stato

Posted: Maggio 1st, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , , | Commenti disabilitati su Portella della Ginestra fu una strage di Stato

Il 1° maggio 1947 una folla di contadini, donne, uomini, bambini, anziani si riunì a Portella della Ginestra per manifestare contro il latifondismo e festeggiare la Festa dei Lavoratori, la prima che si tornava a festeggiare in quella data dopo che il partito fascista ne aveva spostato la ricorrenza al 21 aprile. In Sicilia il Blocco del Popolo, un’alleanza tra socialisti e comunisti, aveva da poco vinto le elezioni regionali. All’improvviso diverse raffiche di mitra raggiunsero la folla, uccidendo 11 persone e ferendone 27.
Le prime indagini si concentrarono sulla mafia e portarono all’arresto di centinaia di mafiosi. Le cose cambiarono quando passarono nelle mani di un ex repubblichino di Salò richiamato in servizio. I mafiosi furono rimessi in libertà. La Corte d’Appello di Palermo rinviò contemporaneamente a giudizio i componenti della banda di Salvatore Giuliano, scagionando la mafia. Fu il primo risultato di un patto fra mafia e istituzioni con lo scopo di destabilizzare il nuovo equilibrio politico della regione, rovesciare la neonata Repubblica e instaurare un nuovo governo autoritario.

E’ la prima di una lunga serie di stragi con esecutori individuati e mandanti ancora ignoti.

Sono sicura che c’era chi quel giorno sapeva quello che sarebbe accaduto, infatti mentre salivamo in festa un signore ci disse: “State salendo cantando e scenderete piangendo”. (testimonianza di Concetta Moschetto).
Così, agli uomini, si presenta il destino: con voce che accusa chi è stato ucciso.
Il destino lo chiamano in causa coloro che non vogliono sia dato un nome agli assassini.
A Portella non fu destino. Fu omicidio premeditato. Come lo sarà per le stragi che seguiranno.
Loriano Macchiavelli, Noi che gridammo al vento, Einaudi, 2015, pag. 315

Il 2 agosto 2017 organizzammo con il Nodo Sociale Antifascista il reading La strategia delle stragi non è mai finita per riannodare alcuni fili della memoria mettendo in evidenza la connessioni tra “trame nere”, mafia e apparati dello Stato: Portella della Ginestra, Piazza Fontana, Italicus, omicidio di Fausto e Iaio, 2 agosto e Uno Bianca.

Qui l’audio della serata con il contributo, tra gli altri,  di Loriano Macchiavelli


Pino Pinelli, la staffetta del ticinese

Posted: Aprile 26th, 2020 | Author: | Filed under: News | Tags: , , , , , , | Commenti disabilitati su Pino Pinelli, la staffetta del ticinese

Il secondo appuntamento del percorso di avvicinamento al prossimo 2 agosto organizzato con il Centro studi Lorusso-Giuliani, che abbiamo voluto chiamare “5040 Freccianera. Milano-Bologna. La stagione delle bombe“, sarebbe stata una chiacchierata con Paolo Pasi, autore di Pinelli, una storia (Elèuthera, 2019).

Il lockdown ci ha costretti a rinviare, per ora,  tutte le iniziative in programma, ma non ad abbandonare il percorso con cui vogliamo arrivare al quarantennale della strage della Stazione di Bologna con un approfondimento sul periodo più buio della nostra storia recente, consapevoli che le trame neofasciste e neonaziste non mancano ancora oggi di trovare appoggi per inquinare pericolosamente la vita del paese.

Qui Paolo Pasi, in occasione di questo insolito 25 aprile,  legge un estratto del secondo capitolo del suo libro, dove racconta l’eperienza di Pinelli come staffetta partigiana